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quasi sempre in sospeso
venerdì, 09 gennaio 2009

Evelina Petteruti, femmina incerta*
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 6 - Vite un po' così.
Racconti senza pretese di piccole esistenze immaginarie 
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For you sing, touch me not, touch me not, come back tomorrow:
O my heart, o my heart shies from the sorrow
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Vol. I
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In verità nessuno avrebbe saputo indicare le ragioni dell’accaduto, ma solo ricostruirne, seppur in modo del tutto parziale e frammentato, la dinamica.
E la dinamica era stata che la mattina del sei gennaio, in preda a un’incontenibile pressione alla vescica, dovuta all’essere andata a letto molto tardi dopo un’abbondantissima bevuta d’acqua protrattasi per il primo terzo della notte, Petteruti Evelina si era alzata rapidamente dal letto per cadere in terra incapace di reggersi all’impiedi.
Il che non era da attribuirsi, come molti potrebbero pensare, agli effetti tardivi di una sbronza, quanto piuttosto al fatto che il suo corpo, durante la notte, aveva subito un’impressionante metamorfosi che aveva trasformato la parte inferiore in corpo squamato monoblocco e coda di pesce, alias propriamente detto: sirena.
Petteruti Evelina non ricordava nulla, nessuna stranezza, nessun sogno rivelatore o premonitore, nessun indizio che permettesse in qualche modo di risalire all’orario della trasformazione e men che mai alle sue oscure cause.
Facendosi forza sulle braccia cercò ripetutamente di rimettersi a letto, aspettando l’alba e forse la fine del brutto sogno, ma non riuscendoci, chiamò gli anziani genitori e la sorella maggiore, chiedendo il loro intervento.
"Madre di Dio", esclamò la madre, facendosi il segno della croce.
Il padre e la sorella restarono invece in silenzio. Poi la seconda si riscosse: "Chiamiamo un’ambulanza."
"Ferme", tuonò il padre. "Qua ci vuole Gigino il pescivendolo. Poi, se necessario, il medico e l’ambulanza. E soprattutto silenzio e discrezione nel palazzo, mi raccomando."
Gigino il pescivendolo, chiamato d’urgenza e richiesto di abbandonare il banco al mercatino previo compenso di euro ottanta, osservò la signorina Petteruti Evelina in lungo e in largo. Con perizia e maestria la toccò in più punti, poi scosse la testa e sentenziò: "Questo pesce non è cosa dei mari nostri."
"E allora?"
"E allora non vi posso dire niente, don Gaeta’. Qua dobbiamo chiamare la Guardia Costiera o l’Acquario."
Lungamente interrogata dalla madre e dalla sorella, in particolar modo sulle faccende cosiddette intime, Petteruti Evelina ricostruì tutti i momenti della trascorsa felice serata col fidanzato Catello, senza nulla trascurare e senza che peraltro niente arrivasse a fornire utili indizi per la ricostruzione della vicenda, pur suscitando tuttavia l’interesse della sorella maggiore che a partire da quello stesso istante si ripromise di guardare al futuro cognato con maggiore interesse e senza lesinargli le attestazioni di stima per quanto testé tecnicamente appreso.
"Non lo chiamate, per l’amor del cielo", sussurrò Evelina, "che in queste condizioni non lo voglio proprio vedere né mi voglio mostrare."
Inutile precisare che a partire dalla visita di Gigino il pescivendolo, la notizia compì rapidamente il giro di tutti i mercatini e nel giro di tre giorni si diffuse all’intera città, con tutte le conseguenze del caso. Il fidanzato Catello, informato personalmente dalla futura suocera, si affacciò nella stanza della Petteruti Evelina e dopo un lungo colloquio ne uscì raggiante, innamorato come non mai, lasciandosi alle spalle la fidanzata accasciata e in lacrime.
"E perché piangi, a mamma tua? Non sei contenta che Catello non ci tiene, a questo fatto?"
"Macché contenta e contenta. Non tiene nerbo, mammà, non tiene carattere: gli andavo bene pure se mi ero trasformata in pecorella del presepe. Pure se rimanevo muta e sorda. Pure se gli dicevate che ero diventata maschio comm'a isso."
"Figlia mia, questo si chiama amore."
"Ma quale amore, di quale amore farneticate. Questo è uno smidollato, un cecato, uno che non tiene un'idea su niente e nessuno. Io non lo voglio più vedere. Fatemi la cortesia, se torna un’altra volta, ditegli che sto in piscina, nella vasca da bagno, all’Oceano, dove volete voi. Non lo voglio vedere. Non lo voglio vedere mai più."
"Gaeta’, non voglio essere scocciante" cercò di perorare la madre "ma qua ci vuole un luminare della scienza, il dottor Capasso nun po’ ffa’ niente. O se no, dobbiamo chiamare un bravo veterinario. Oppure un esorcista, Dio ce ne scampi e liberi."
Optarono per il veterinario,
Il veterinario visitò la ragazza, poi chiamò la famiglia a raccolta e si pronunciò: "Secondo me potrebbe essere un Jenny Haniver."
"Un che, dotto’?"
"Un Jenny Haniver, un Garadiàbolo. Come vi devo spiegare? Tipo un mostro di Lochness, o una janara di mare."
"Uh mammami’. Una fattura?"
"E chi può dirlo, signora mia? Anche una fattura, perché no. Una maldicenza, un incantesimo, una stregoneria, l’effetto di una cattiva digestione, un brutto pensiero, un colpo di freddo, un refolo di vento, una bevuta d’acqua calda, una mano smerza messa dove non ci doveva stare, un intrigo di palazzo, un’invidia, un brutto sogno, un telefilm a puntate, un cattivo acquisto, un ricordo di gioventù, un movimento storto, uno sguardo buttato là-do-ve-non-si-de-ve-guar-da-re. Tutto, può essere."
"E che si può fare, adesso?"
"Una frittura… ehm… voglio dire, un intervento chirurgico. Un intervento difficilissimo, e si tratta di scegliere: o la facciamo tornare tutta femmina o tutta pesce. La signorina che dice, che pensa?"
"Dotto’, fate voi, a me mi è indifferente."
"Ma come indifferente? Volete tornare signorina o volete essere pesce?"
"Non me ne importa, non lo so. Scegliete voi."
Il dottore prese in disparte la famiglia: "La ragazza sta depressa, dobbiamo decidere noi per lei. Io ve lo dico subito, l’intervento è difficilissimo, come niente si può schiattare la vescica natatoria e la ragazza resta una cosa che non è carne né pesce…ehm... scusate… resta invalida per tutta la vita."
"Dottore, ma voi siete proprio veterinario?"
"Signora mia, e lo volete mettere pure in dubbio? E che, non si vede?"
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Vol. II
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"Se me lo chiedete, però, vuol dire che non vi fidate troppo di quel che dico" proseguì piccato l'uomo. "E allora chiamatevi pure un altro collega, se volete. L'importante è decidere qualcosa subito, prima che la trasformazione si stabilizzi. In quel caso, Evelina diventerà inoperabile e resterà per sempre ‘mmeza e ‘mmeza” concluse il veterinario, che dalla faccia che ci aveva si vedeva che se l'era presa assai. Lanciò un'ultima occhiata alle squame iridescenti della ragazza e  scosse gravemente la testa. "Baldassarre Capolecase. Chiamate lui, se volete un consulto qualificato. E' un ittiologo dell'università di Venezia, un esperto di fama mondiale, forse il più bravo di tutti. Quel che vi dovevo dire, ve l'ho detto" aggiunse mantenendo l'aria offesa. Quindi infilò la porta e uscì.
 "Fa presto, lui, a dire" intervenne Gaetano. "Trecento euri si è preso, per la visita, dopo gli ottanta che bello bello si è messo dint'a sacca Gigino 'o pescivennolo. Mo' chissà quanti ne vorrà chisto Capo 'e tutte 'e cose, l'itteriziologo. Se continua di questo passo, Madonna benedetta, a Evelina dovremo venderla a tranci, per pagare tutte queste spese..." sospirò l'uomo, lasciando trapelare forse per la prima volta un filo di disperazione per l'incredibile accidente occorso alla sua secondogenita.
"Tu queste cose dovresti vergognarti solo a pensarle" gli vomitò addosso la moglie. "Noi a questo Baldassarre lo chiamiamo, e anche subito, ché non ci sta tempo da perdere per salvare a Evelina nostra".
Dopo appena 26 ore e 40 minuti dalla telefonata di don Gaetano, il professor Capolecase si materializzò dentro l'appartamento di Toledo dei Petteruti. C’era qualcosa di incongruo, nella sua espressione: sembrava felice di essere lì, in mezzo a una famiglia dilaniata dal dolore. La sua visita fu così lunga e minuziosa - squama per squama, verrebbe da dire - da suscitare l'incondizionata ammirazione dell'intera famiglia.
"Chist'è uno serio veramente" soffiò donna Concetta nell'orecchio del marito, "vulesse 'o cielo che ce la salva, la creatura".
 Soltanto Evelina sembrava insensibile alle auscultazioni e palpazioni di quell'ometto dalla capa rossa che emanava un vago sentore di ‘mpepata di cozze. Finito che ebbe, Capolecase si schiarì la voce e piantò il suo sguardo ceruleo dritto negli occhi vagamente ipertiroidei - un po' da pesce, di potrebbe ben dire - di Evelina.
"Se lei non fosse qui davanti a me, affermerei senza esitazioni che lei non esiste" disse con bella voce baritonale, accompagnando le parole con un sorriso. "Del resto, la sua non esistenza ben si accorda con l'evidenza scientifica, che ha relegato da secoli le sirene nel recinto fantastico della mitologia. Ma i miti, per qualche ragione non del tutto conosciuta alla ragione, sono spesso più potenti della realtà: è costretto ad ammetterlo anche chi, come me, crede solo nella scienza. Dunque, cara signorina, direi che le cose stanno in questi termini: lei è lapalissianamente una sirena. L'esame oggettivo, a partire dal piscimorfismo della sua estremità inferiore, non lascia dubbi al riguardo. Direi anche che lei è una gran bel pezzo di sirena, se mi è concessa la licenza. In quanto sirena, però, non può scientificamente e ragionevolmente esistere. Dunque lei non esiste, come le dicevo. Per contro, nella mia accurata visita ho riscontrato in lei l'incontestabile presenza di funzioni vitali, che dell'esistere sono indubitabile e comprovata manifestazione. Ergo, lei non esiste ma esiste: un'inconciliabile antinomia che possiamo spiegare solo ricorrendo alla mitopoiesi. Posso chiederle cosa sognava, per il suo futuro?"
Evelina, per qualche ragione che non riusciva a comprendere, era rimasta colpita dall'astruso argomentare dell'ometto dai capelli color carota lessa. In quelle parole che non era certa di aver ben compreso, c'era qualcosa capace di scalfire la sua disperazione ormai scivolata nella più tetra abulia: era proprio vero, lei sapeva di esistere e però le sembrava anche di non esistere. La domanda di Baldassarre, poi, le era arrivata dritta al cervello, penetrante come l'odore dell'incenso che l'omonimo re mago portò in dono al Nazzareno appena nato. Si trovò a rispondere senza quasi accorgersene.
"Oggesù, professore, io di sogno uno solo ne tenevo: diventare la più brava cantante neomelodica della città. Ho già cantato a molti matrimoni, sapete, anche a quello di Giggi Pedata, 'o giocatore d'o Napoli, e ormai mi chiamavano quasi tutti i giorni a fare la trasmissione Dicitencello in musica a Telemergellina, per cantare le canzoni con la dedica chieste dagli ascoltatori. Ai Quartieri, un sacco di gente ormai mi chiede l'autografo, sapete? Perché, non faccio per vantarmi, ma tengo proprio una voce bellissima..."
"È ‘overo, professo'" interloquirono all'unisono madre e sorella "Evelina canta come una..."
Le due donne si irrigidirono, colpite dalla rivelazione, senza riuscire a terminare la frase.
Fu Capolecase a farlo: "... una sirena, appunto. La forza del sogno della signorina è stata tale da attingere al mito, che a sua volta ha prodotto la nuova realtà epifenomenica di Evelina, facendola diventare esattamente quel che voleva essere, anche se francamente mi sfugge in che modo e per quali vie ciò sia stato possibile. Ma di questo, posto che abbiate la bontà di concedermelo, mi occuperò in seguito, con grande piacere e interesse".
Tutti i componenti della famiglia Petteruti si guardarono allochiti, senza sapere né che fare né che dire, evento che in quella casa era raro quanto il passaggio della cometa di Halley. Fu Assunta, la sorella maggiore, a rompere il silenzio.
"Mi viene a significare, professo', che se Evelina mo' è ‘nu miezo pesce è perché l'ha voluto lei?"
"In un certo qual modo è proprio così" confermo serafico Capolecase.
Assunta guardò la sorella, storcendo le labbra in una smorfia di disprezzo: "Strunza, sei sempre la solita fanatica".
Evelina Petteruti, nei giorni successivi alla visita dell'eminente ittiologo Baldassarre Capolecase, riconsiderò quanto le era accaduto con occhi diversi. La sua bella coda, affusolata come quella di una spigola, le sembrava in tutto e per tutto degna delle belle gambe di un tempo e sì, doveva riconoscerlo, si accordava meglio alla natura più intima e profonda che sentiva di possedere.
Doveva abituarcisi, questo sì, ma per essere a sua agio tutto quel che le occorreva era una vasca da bagno, meglio se comoda e capace. Ciccillo o’ mastro già stava lavorando per installarne una in camera sua, a forma di conchiglia, al posto del letto.
Ad aiutarla ad accettare la sua nuova condizione, in ogni caso, contribuì non poco il contratto che Teletoledo, emittente molto più prestigiosa di Telemergellina, le fece firmare in esclusiva come stella unica e assoluta della nuova trasmissione Il Canto della Sirena, in onda tutte le sere.
Un'occasione come quella, Petteruti Evelina lo sapeva, era la porta verso il successo, e quella porta lei l'avrebbe attraversata di gran carriera, ci scommetteva il cu..., no, la coda.
La nuova disposizione d'animo le fece riconsiderare anche la dedizione di Catello, lo smidollato cecato senza nerbo. Aveva ragione sua madre: quel ragazzo forse non era un'aquila, ma l'amava davvero. Un padre ideale, per i suoi figli. Che sarebbero stati sani come pesci, di questo era certa.
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* Questa vita un po' così è il frutto di un'estemporanea collaborazione tra  il genio di Flounder, a casa della quale potrete leggere in tutta la sua magnificenza il vol.I, con una deliziosa appendice a commento, e il  bisogno, imprevedibilmente capace di valicare le altissime mura del mio fancazzismo, che mi ha letteralmente costretto a cercare una conclusione per la fantastica creazione di The Wonder. Mi assumo dunque ogni responsabilità per il vol. II, di fronte ai radi viandanti che, nonostante la polvere e le ragnatele abbiano ormai invaso la bodeguita, continuano a passare di qui. Se esistono loro, esisteranno bene anche le sirene, no? Per onestà intellettuale e completezza di informazione, sento anche di dover precisare che la bodeguita, in ogni caso, non riprende i suoi peraltro discutibili commerci. Se un po' di altra merce dovesse arrivare sarà, come questa, di contrabbando. Saluti latitanti.
buttato giù con la consueta approssimazione da giorgioflavio Permalink | commenti (10) / commenti (10) (pop-up)
categoria: sugheri, lenze

martedì, 04 marzo 2008

L'angelo grasso
                                              
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La strada non era più quella che Giangio Coros ricordava. Erano passati troppi anni e molte cose erano cambiate. La Lanesar, la vecchia fabbrica di coperte di lana che come una quinta chiudeva il lato nord della via, non esisteva più. Al suo posto, si levavano tre edifici di identica desolazione, palazzoni larghi e sgraziati di cinque piani, il cui intonaco scrostato raccontava storie di esistenze in salita.
Se non avesse letto il nome dopo aver svoltato l’angolo di via Satta, forse non l’avrebbe neppure riconosciuta. La targa però non lasciava spazio ai dubbi: via Cugia. Era lì, al numero 36, che era accaduto la prima volta.
Aveva tredici anni e da più di un anno aveva cominciato ad avvertire i sintomi del male. Arrivavano all’improvviso e senza un motivo apparente. Era come se una nuvola di terrore lo avvolgesse, nebbia spuntata dal nulla, e cominciasse a incalzargli il cuore costringendolo a battere forte, sempre più forte, fin quasi a scoppiare. Era allora che il petto veniva squassato da fitte violente, che aggiungevano terrore a terrore, mentre il mondo con tutti i suoi abitanti smetteva di esistere all’intorno e la realtà, l’unica realtà, era l’odore acido del suo sudore e il tremore che si impadroniva di tutti i suoi muscoli, scotendoli come fa il vento con i rami di salice bianco.
Non aveva un ricordo diretto di ciò che avveniva. Non poteva averlo, perché durante le crisi perdeva la coscienza di sé. Ma chi assisteva agli attacchi in qualche modo fabbricava anche i suoi ricordi, raccontandogli ciò che accadeva. Ed era per questo, per averne sentito la descrizione cento e cento volte, che rammentava più di ogni altra cosa la disperazione di sua madre la prima volta che, tornando dalla fabbrica, lo aveva trovato sul pavimento della cucina in preda a un tremito incoercibile, gli occhi sbarrati, steso in una pozza di vomito.
 
Giangio guardò i tre brutti palazzoni: le parabole satellitari piantate sui poggioli striminziti butteravano le facciate come pustole grigie di un acne incurabile. Nonostante l’avesse sempre odiata, pensò con rimpianto alla Lanesar, il vecchio opificio puzzolente raso al suolo vent’anni prima. Sua madre aveva dolorosamente consumato un pezzo d’esistenza, in quello stabilimento malsano, perché lui e le sorelle potessero continuare ad avere un tetto e un piatto di minestra da mangiare, dopo la morte improvvisa di un padre con poca arte e senza niente da parte. Si era rimboccata le maniche, quella donna che gli aveva insegnato il coraggio e la dignità, accettando lo stipendio da fame di quel lavoro da bestie, al reparto follatura, otto ore infernali, che a volte diventavano dieci e anche undici, in mezzo a un frastuono e miasmi d’inferno, per mantenere tre figli ancora piccoli.
 
Imboccò la via, un tempo sterrata e sempre piena di pozzanghere e ora rivestita da una crosta di asfalto. L’anima miserabile della strada, però, continuava a erompere da crepe e buche profonde, che sembravano nate con l’asfalto stesso. Si diresse in direzione dei tre grandi falansteri sul fondo. Lo ricordava bene: il civico 36 doveva esser là, poco prima del punto in cui via Cugia piega in modo deciso a destra, disegnando un angolo di novanta gradi e spegnendosi nel cancello di ingresso dei tristi condomini popolari, proprio là dove, un tempo, c’erano i varchi d’accesso alla Lanesar. Quante volte l’aveva fatta, quella strada, soprattutto d’estate, quando non andava a scuola.
Sua madre non si fidava a lasciarlo a casa con le sorelle più piccole, che erano già in grado di badare a se stesse – ché l’infanzia senza pensieri, fatta solo di giochi, è un lusso che non tutti possono permettersi – ma non avrebbero potuto far nulla, se fosse stato colto da una delle sue crisi. Per questo lo svegliava poco prima dell’alba e lo portava con sé. Nonostante l’alzataccia, la lunga silenziosa camminata nell’umido chiarore antelucano che li portava fino alla fabbrica gli piaceva molto. Gli sembrava di misurare, un passo dopo l’altro, il grande amore che lo legava alla madre e quello che lei gli riservava e del quale poteva sentire il calore nella mano un po’ ruvida che teneva con ferma e sicura dolcezza la sua. 
Poco prima di arrivare alla secca svolta oltre la quale sarebbe stata ingoiata dalla fabbrica, la mamma si fermava davanti alla porticina del civico 36 e bussava piano. Apriva sempre lei, Bonacato, la lontana parente che, in cambio di poche lire, gli avrebbe badato mentre sua madre era al lavoro. Ancora giovane eppure già vecchia, come spesso accade a chi brucia in una fiammata il suo destino, la donna scostava la porta giusto il tanto necessario per farlo passare, lasciando appena intravedere dallo spiraglio un viso nel quale, sotto una biacca di dolore incorniciato dallo scialle di lana nera, traspariva un’antica bellezza. Una volta entrato, dopo aver aver incassato dalla madre un bacio veloce e un immancabile “Fa’ il bravo, figlio mio”, Bonacato richiudeva con forza, come se non vedesse l’ora di interrompere ogni contatto con il mondo là fuori, quel mondo che non le aveva mai perdonato la sua colpa irredimibile.
Giangio si muoveva nella penombra della piccola casa, dirigendosi subito verso la cucina, dove – lo sapeva – lo aspettava la tazza di latte fumante, il pane e, soprattutto, lei: Ciccedda, la colpa di Bonacato, la figlia di nessuno, perché mai la madre aveva voluto dire chi fosse il padre.
 
In paese, le voci si erano sprecate, su quella pancia che cresceva giorno dopo giorno come un impasto di farina ben lievitata sotto il panno, e c’era chi la diceva cotta e chi la diceva cruda. Una voce sola, però, finì per diventare verità, vera o no che fosse: quella che Bonacato la bella – una bellezza che dopo il parto e il confino nella piccola casa di via Cugia diventò presto più leggenda che ricordo – fosse stata costretta alla sua sorte dalle voglie prepotenti di qualche intoccabile. E più d’una comare, segnandosi, aveva fatto il nome di don Falconi, il parroco di Sant’Antine, uomo di molti appetiti e ancora più peccati, a quello che si diceva in giro.
Il paese di pietra, dove anche i cuori erano della stessa materia, non aveva però mai perdonato a Bonacato il suo silenzio sull’identità del colpevole e, soprattutto, la decisione di non liberarsi dello scomodo fardello che le ingombrava il grembo, nonostante tzia Cadrina Coga, la mammana, saputa la storia, fosse andata più di una volta a casa sua a offrirle i suoi servigi. Bastava approfittarne, quando ancora si era in tempo, ché tzia Cadrina con il prezzemolo e i ferri da maglia ci sapeva fare come nessuna. Lo scandalo ci sarebbe stato comunque, ma lo avrebbe pagato solo lei, com’era giusto. Lei, che non aveva saputo tenere chiuse le gambe, e non una creatura innocente.
Che invece venne al mondo, in una notte tiepida di luna crescente, in ottobre. Ci vollero trenta ore di travaglio prima che Bonacato si sgravasse di quell’enorme fagotto di carne e i quasi cinque chili della bambina esplodessero in pianto, quando il primo respiro le bruciò i polmoni. Andarono a San Francesco, a battezzare quella creatura, e anche questo fece lavorare di taglio e cucito molte lingue, ché scegliere la chiesetta dove officiava don Puggioni al posto della parrocchiale suonava pari pari come la prova provata che don Falconi non aveva tenuto a bada il suo diavolo.
Fu proprio la madre di Giangio a fare da madrina alla bambina. Lussoria, l’aveva voluta chiamare Bonacato. Lussoria, perché voleva un nome che le aprisse un destino. E Lussoria, lei lo sapeva, vuol dire splendente.
 
I buoni propositi di Bonacato, però, non avevano fatto i conti con le cose della vita. E le cose erano che quella bambina, tonda, grassa e morbida fin dalla nascita, giorno dopo giorno diventava sempre più tonda e grassa e morbida. Metteva allegria solo a guardarla, piena com’era di rotoli rosa in ogni centimetro del corpo, rotoli che col tempo aumentavano di volume ripiegandosi e ricadendo su se stessi, specie sulle gambe e le braccia, che proprio per quelle pieghe avevano finito per acquistare l’aspetto di sardizzas1 confezionate in fretta e con troppo ripieno. Veniva voglia di mangiarla, quella bimba soffice che sorrideva sempre. Ma i bambini, checché ne dicesse don Falconi nelle sue prediche domenicali alle quali non v’era più chi prestasse orecchio, non li mangiano neanche i comunisti, figuriamoci i cristiani. Così chiunque la vedesse si accontentava di baciarla, riempirla di pizzichi e buffetti o farle il corigori2. A mangiare, intanto, pensava lei, la bimba, ogni giorno più tonda, e morbida, e grassa.
Fu ancora la madre di Giangio, colei che l’aveva battezzata Lussoria, a darle senza volerlo il suo nuovo e definitivo nome. Nacque da una canzoncina che le cantava sempre, perché le sembrava che la bimba ridesse più del solito quando la cullava tra le braccia ripetendo quella filastrocca popolare alla quale aveva cambiato le parole:
Ciccedda mea, su mundu est gai
A sicut erat non torrat mai.3
A sicut erat non tornò più il nome della bimba, che già nei primi mesi di vita smise di essere Lussoria, la splendente, per diventare Ciccedda, per tutti. Bonacato, per qualche tempo, provò a contrastare il paranùmene4, ma non ci fu verso. Lei stessa, del resto, che aveva preso fin da subito a chiamare la bambina con un diminutivo affettuoso, Ioia, non poteva impedirsi, quando la stringeva tra le braccia sentendone la morbida, carnea abbondanza, di sussurrarle quelle tre sillabe: Ciccedda.
Ciccedda aveva tre anni più di Giangio e ne era stata la passione per tutta l’infanzia. Gli piaceva, quella “bimba grande” che sorrideva sempre, lo meravigliavano le sue dimensioni strabordanti, lo inebriava quel suo odore di latte riscaldato e il fatto che non sapesse parlare e si esprimesse con gesti ampi e circolari accompagnati da buffi versi, e amava ancora di più suoi abbracci caldi e i baci schioccanti che ogni tanto, come presa da un raptus d’affetto, gli stampava sulle guance e i capelli.
In paese vi era chi mormorava che dovesse essere successo qualcosa durante il difficile parto della bambina, procurandole danni irreversibili. Ma vi era anche chi, con più fantasia, sosteneva che il troppo grasso avesse finito per circondare e atrofizzare il cervello di Ciccedda, facendone una povera idiota.
“Cosa può essere, del resto, una figlia del peccato, se non una minorata?” Così ragionavano le comari, rassicurate dal ritrovarsi e riconoscersi in identici convincimenti, figli della stessa secolare ignoranza.
In realtà Ciccedda era nata sorda. Bonacato se ne accorse tardi, quando la bambina già andava per i due anni e anche lei aveva cominciato a credere che, sì, quella creatura che non si girava quando la chiamava e che sembrava vivere in una bolla sospesa e isolata dal mondo non avesse tutto il senno che occorre a un cristiano per campare in grazia di Dio. E del resto – si diceva la donna – la malasorte non è forse ostinata come i muli, che una volta conosciuta una strada, finiscono per percorrere sempre e solo quella?
Ciccedda, invece, era normale. Ma sorda e quindi destinata in ogni caso alla più subdola e crudele delle condanne: l’esclusione. Dietro i sorrisi di circostanza, le carezze e i “Bae in bonora, fizzighedda mea"5 affettuosi che le comari riservavano alla bambina nelle rare occasioni in cui capitava loro di incontrarla con la madre ai banchi del mercato settimanale di Piazza Manna o nelle ancor più rade visite alla casupola di via Cugia, di solito nel periodo natalizio, per regalare qualche vecchio e misero abituccio dismesso – sempre troppo piccolo per lei – non c’era partecipazione né solidarietà, ma un modo spiccio ed efficace per levarsi un pensiero e mettersi in pace la coscienza.
Perché la verità era una sola: Ciccedda era esclusa dal mondo. Che per gli altri bambini era fatto di giochi e di suoni, di asilo prima e di scuola poi. Di vita che fluiva, magari stenta e difficile, ma viva. 
 
Esclusa dal mondo. Questo era Ciccedda, chiusa nel suo corpo enorme, dentro la piccola casa di via Cugia. Bonacato aveva ottenuto un piccolo sussidio mensile per la sordità della figlia e il Comune, ogni anno, la provvedeva di un assegno di sussistenza, poche lire ma benedette. Per il resto, Bonacato, un tempo la più bella del paese, metteva insieme i soldi necessari per vivere consumando occhi e giorni in lavori di cucito e rammendo per quelle compaesane che non potevano permettersi di ricorrere ai servigi ben più carestosi di tzia Peppina Delogu, la sarta del paese, e andando a fare le pulizie nelle poche case di coloro che, ogni tanto, potevano permettersi di ricorrere a un aiuto per le faccende domestiche. Certi destini nascono controvento e non c’è verso di metterli al riparo. Quelli di Bonacato e di Ciccedda erano nati esposti alla bufera.
 
Giangio annusò l’aria: l’odore di marcio dei tempi della Lanesar, prodotto dalle acque di lavaggio delle lane grezze, aveva lasciato il posto a un vago e sgradevole sentore di formaggio, che gli ricordò che qualche centinaio di metri più in là, al bordo del paese, sul crinale che ne segna il confine precipitando ripido verso il fiume Salighe, erano ancora attivi i vecchi stabilimenti di produzione del pecorino romano. Quell’odore materializzò immagini di pecore chiuse in tanche di erba misera e rada, di pastori dagli sguardi diffidenti, di notti e albe all’addiaccio, di silenzi rotti da fischi e latrati di cani. Quadri cupi, pieni della stessa livida luce che non era riuscita a scaldare la sua esistenza, finché era rimasto lì. Per questo, del resto, non era più tornato, una volta lasciato il paese per l’università: per non sentire più freddo. Quel freddo che, ogni tanto, lo faceva precipitare nella vertigine dei suoi attacchi di panico.
Solo Ciccedda, in quegli anni di cui avvertiva tutta la lontananza, era riuscita a vincerlo, il gelo che talvolta gli accadeva di provare anche d’estate, quando fuori il sole spaccava la terra e il mondo, assolutamente immobile, sembrava ballare ondeggiando, solo che lo si guardasse attraverso l’aria bollente. Solo Ciccedda, proprio lì, in quella casina di via Cugia perennemente intrisa di odore di minestra di erbe e patate, era riuscita a sciogliere gli aghi di ghiaccio che gli straziavano corpo e mente.
 
La prima volta accadde nel meriggio di un giorno d’agosto, uno di quei giorni di fuoco che rubano il respiro e sembrano arrivare solo per ricordare agli uomini che l’inferno esiste ed è un brutto affare. Mentre leggeva una pagina di Tom Sawyer, subito dopo pranzo, avvertì un brivido freddo e il cuore prese ad agitarsi nel petto come un pesce tirato a riva. Bonacato era andata a fare i mestieri a casa del dottor Sale, il farmacista, che aveva la famiglia al mare di Santa Caterina e lui e Ciccedda erano rimasti soli, nella penombra della cucina. La nuvola nera del terrore lo inghiottì in un attimo, risucchiandolo nell’abisso dove l’aria mancava e l’unico ossessivo rumore erano i battiti incalzanti, sempre più veloci, che gli squassavano il petto, così forti da sfondarlo, da aprire una breccia dalla quale il cuore – ne era certo – avrebbe finito per fuggire, strappandosi da solo dalla sua cavità. Quando la prima insopportabile fitta di dolore partì dallo sterno per irradiarsi all’intero torace, si accasciò, terreo, con un solo lungo lamento simile al mugolìo di un animale morente.
Ciccedda non lo sentì, quel suono, ma vide Giangio diventare in un attimo color della calce, boccheggiare alla disperata ricerca d’aria, scosso da tremiti incontenibili e poi accasciarsi a terra, come un burattino al quale avessero tagliato i fili. Così accadde: sollevò con insospettabile agilità la sua immensa e morbida mole carnosa dalla grande panca di legno sulla quale sedeva e planò rapida sul pavimento, accanto al piccolo amico squassato dal tremore. Lo abbracciò tenera, modulando suoni carezzevoli e rassicuranti, gli asciugò il sudore che, copioso, aveva preso a scorrergli in rigagnoli sul viso, lo riempì di baci leggeri sui capelli, sulle orecchie, sul collo, mentre con le mani gli percorreva febbrilmente il corpo intero, quasi a voler cercare ed estirpare il male che se n’era impadronito.
L’esatta sequenza di quel che avvenne dopo Giangio non era in grado di ricostruirla. Ma la sensazione in un primo momento di liberazione e sollievo e, dopo, di beatitudine perfetta e sospesa che Ciccedda seppe regalargli in quel giorno lontano gli avrebbe segnato l’anima per sempre, come un marchio a fuoco.
 
Era proprio perché l’ustione aveva ripreso a bruciare dentro l’insoddisfazione dei suoi giorni, del resto, che era tornato lì, davanti alla porta di via Cugia, dopo un’infinità di anni, anche se non sapeva bene cosa cercasse. Le immagini di Ciccedda e di quella lontana giornata agostana emersero potenti, sovrastando ogni altro pensiero: lei che lo avvolgeva, calda e rassicurante, cancellando il gelo improvviso che una volta ancora l’aveva assalito a tradimento; le sue mani che sembravano calamitare e assorbire l’umore maligno del terrore che si era impadronito di lui; le labbra che, dopo aver a lungo percorso il suo corpo ancora bambino, indugiavano sul pube e, dopo averlo liberato dall’ostacolo minimo dei leggeri pantaloncini di cotone, si erano chiuse sul pene, succhiandolo piano e a lungo; la dolce decisione con cui, con un morbido movimento rotatorio, si era adagiata sul pavimento, traendolo sopra di sé e guidandolo poi dentro il suo corpo, tra le sue immense cosce aperte; la beatitudine liquida dentro la quale, incredulo, era naufragato, assaporando per la prima volta il sapore di quel sentimento ineffabile che gli uomini – ma questo l’avrebbe saputo solo molti anni dopo – chiamano felicità.
 
Passarono giorni, prima che acquistasse piena contezza di quel che era avvenuto. A spiazzarlo, a ritardare la sua presa di coscienza era stata proprio Ciccedda, con la normalità dei suoi comportamenti: era l’angelo grasso di sempre, affettuosa e protettiva e pronta ad accoglierlo con l’abbraccio del suo sguardo ogni volta che arrivava.
Lui si sentiva combattutto tra il desiderio di ripetere quell’esperienza meravigliosa e pacificante e la vergogna di quello stesso desiderio, che sapeva appartenere alla terra del peccato. Così le lunghe ore nella casina di via Cugia insieme a Ciccedda smisero di essere la cortina di serenità e di affetto che lo riparava dal mondo e dalla vita, per trasformarsi in un insopportabile limbo di irresolutezza nel quale rimaneva impaniato, proprio come i cardellini ch’era solito catturare con le sue trappole di vischio nelle giornate nevose d’inverno. E come quei poveri uccellini che agitavano le ali pigolando fino a sfinirsi nel disperato tentativo di liberarsi e spiccare il volo, anch’egli smaniava nella sua trappola di sentimenti contrastanti, incapace di uscirne.
Evitava di guardare Ciccedda, riducendosi a farlo soltanto quando lei, presa da altro, non gli prestava attenzione. Allora provava a scrutare il mistero dei suoi pensieri, chiedendosi se tra di essi trovasse posto qualcosa di simile al desiderio che – facendolo vergognare – gli gonfiava i pantaloncini. Ma non arrivava mai a darsi un risposta certa, sperdendosi in uno stato di indeterminatezza che lo logorava.
Il tempo trascorso con Ciccedda non era più il prato verde dove il suo cuore correva immemore e felice, ma un roveto dove a ogni battito una spina si conficcava nella carne. A straziarlo, però, era più di ogni altra cosa l’impenetrabilità dei pensieri dell’angelo grasso che, facendosi penetrare, l’aveva salvato dall’abisso di dolore, angoscia e disperazione nel quale ancora una volta era precipitato.
Qualunque cosa sarebbe stata meglio dell’incertezza che lo consumava e non lasciava sbocchi al suo desiderio. E quel qualcosa fu l’ingovernabile istinto che, nell’ennesimo pomeriggio trascorso da soli, lo costrinse a strapparsi di dosso i pantaloncini. Libero da impicci, il sesso dritto e turgido, sproporzionato rispetto al suo corpo ancora bambino, si gonfiò ancora di più, obbligandolo ad afferrarlo. Con il cazzo pulsante ben stretto nella mano, si precipitò su Ciccedda. Ne colse la sorpresa e l’inequivocabile gesto di diniego, espresso prima con il movimento della testa e poi con le mani che, al suo assalto, si tesero in avanti. Fu l’unica sua reazione, perché quando la spinse, rovesciandola a terra, restò immobile, limitandosi a piangere con un sommesso mugolio. Neppure le vide, Giangio, quelle lacrime: in preda alla sua ossessione, senza neanche sapere come riuscì a levarle le mutande e a entrare dentro di lei, dimenandosi sopra quella carne di burro fino all’esplosione che gli squassò il cervello e si disperse in dolorosi brividi elettrici in ogni fibra del corpo.
Si abbandonò sul corpo immenso, aspettando la beatitudine che aveva conosciuto e l’aveva segnato. Ma non venne. I suoi pensieri e il suo stesso corpo, scosso da tremiti intermittenti, erano ben lontani dalla pacificazione perfetta che Ciccedda era stata capace di regalargli la prima volta. Ma ora il suo angelo grasso, sotto di lui, continuava a piangere piano, in silenzio. Eppure aveva preso a carezzarlo piano, con dolcezza. Come se provasse dolore per lui e non per sé, e volesse consolarlo e rassicurarlo.
Uno spasmo allo stomaco gli provocò un rigurgito di acidità che risalì fino alla bocca: si convinse che fosse il sapore del vuoto e della colpa e formulò il terribile pensiero che la sua condanna sarebbe stata quella di non poter più gustare altri sapori che quello. Un pensiero che divenne certezza quando, all’improvviso, Bonacato si materializzò silenziosamente nella penombra della cucina.
 
Tornò a guardare la porta di via Cugia, quarant’anni dopo quel giorno, con la raggelante sensazione di aver dissipato il suo cuore e, con esso, la sua stessa vita. Provò vergogna di sé e pena infinita per l’angelo grasso che gli aveva insegnato che esiste un amore capace di dimenticarsi di sé senza volere altro che la possibilità di darsi. Un angelo volato via, certamente anche per sua colpa, al seguito della madre, che dopo l’ennesimo schiaffo del destino aveva deciso di lasciare per sempre quel paese gretto, spietato e capace solo di riservarle umiliazioni e vergogna.
Giangio si chiese ancora una volta cosa era stato di loro. Si domandò, in particolare, cosa potesse mai essere accaduto a Ciccedda nell’inevitabile momento in cui Bonacato, invecchiando, non aveva più potuto badare a lei e farsene carico. In realtà, mai e poi mai avrebbe voluto risposta a quella domanda: non sapere era certamente un atto di squallida viltà e una colpa, ma un peso certamente più sopportabile di quello, ignoto e dunque non valutabile, della conoscenza del destino di colei che era stata il suo angelo grasso.
Ebbe schifo di sé e si girò, risolvendosi ad andare via. Il fatalismo succhiato con il latte materno, che ancora determinava il suo atteggiamento nei confronti dell’esistenza malgrado i trent’anni trascorsi lontano dall’isola dentro una vita non avara di agi, donne e successi, affiorò dalle profondità dell’anima, fornendogli la vaga e insufficiente giustificazione che le cose, alla fine, vanno come devono andare e nessuno può farci niente.
In quell’attimo, dall’angolo che portava all’ingresso dei falansteri sbucò una giovane donna vestita modestamente, che teneva per mano una bimba di quattro-cinque anni. La bambina, decisamente grassa, aveva un sorriso felice stampato sul viso rubicondo, nonostante l’evidente fatica a mantenere il passo frettoloso della madre.  
Giangio non potè evitare di guardarla. Ma soprattutto non riuscì a impedirsi di scoppiare a piangere, senza sapere perché, quando la piccola, incrociandolo, gli disse ciao, allargando ancora il suo sorriso e agitando la manina.
La giovane donna, sorpresa e intimorita, scartò, strattonando la figlia per costringerla ad accelerare il passo. Sentì la sua vocina chiedere “Perché piange, mamma? È grande e tu mi dici sempre che chi è grande non deve piangere.”
Lo dicevano anche a lui, quando era piccolo: i grandi non piangono, non devono piangere. Per questo si sorprese egli stesso, nel sentire la sua voce levarsi forte all’indirizzo della bimba, vincendo i singhiozzi: “E invece si deve piangere, anche da grandi.”
Sempre più spaventata, la giovane donna prese quasi a correre, trascinando a forza la bimba, che pure riuscì a girarsi per tornare a guardarlo. Non sorrideva più.
Giangio ne intercettò lo sguardo e si sentì trafitto. Capì che quei grandi occhi luminosi color castagna, incastonati nel viso grasso e rubicondo, vedevano la verità.
Perché è la verità quel che rimane, quando tutto il resto si è perso per strada o è stato strappato via.
Avrebbe voluto essere capace di quello stesso sguardo, Giangio. Ma sapeva che, a guardarsi allo specchio, avrebbe visto altro.
Quando la bimba grassa svoltò con la madre l’angolo di via Satta, sparendo alla vista, gli sembrò che il suo sguardo fosse ancora lì, sospeso nell’aria. Pensò che tutta la sua vita fosse lì, in quegli occhi che, pur senza esserci più, continuavano a guardarlo senza giudicare.
Tirò su con il dorso dell’indice l’ultima lacrima e, piano, ricominciò a camminare.
 
***
 
 
1 sardizzas: salsicce
2 corigori: solletico
3 Ciccedda mea, su mundu est gai, a sicut erat non torrat mai: Ciccedda mia, il mondo è così, non tornerà mai com’era
4 paranumene: soprannome
5 Bae’ in bonora, fizzighedda mea: Va’ in buonora (nella buona sorte), figliola mia
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categoria: piombi, sugheri, il rac-contro del mese

lunedì, 11 febbraio 2008

Bastiano Acca, barista empatico
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 5 - Vite un po' così. Racconti senza pretese di piccole esistenze immaginarie 
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La capiva al volo, la gente. Gli bastava osservarla. Dal modo di camminare, aprire una porta o guardare l’orologio, da un semplice gesto, uno sguardo, un tic, un sorriso, una fugace espressione di corruccio, Bastiano Acca sapeva cogliere l’essenza di una persona. E raramente sbagliava, bisognava riconoscerlo, anche quando sembrava andare contro ogni evidenza.
Come nel caso di Maria Luigia Casti, la professoressa di musica che sembrava sempre appena uscita da un raduno di catechiste penitenti ed era rigida come un manico di scopa. La prima volta che entrò nel suo bar, sigillata dentro l’abituale e castigatissimo tailleur fuori moda in lanetta grigio-topo, i capelli raccolti nella crocchia severa, gli occhiali in celluloide nera di quelli che non se ne vedono più almeno da vent’anni, per capire gli bastò registrare il fremito quasi impercettibile dell’inconfondibile neo a forma di otto sullo zigomo sinistro e incrociarne per una frazione di secondo lo sguardo verde palude.
“Quella è una gran trombatrice” comunicò al manipolo di perdigiorno occupati a compilare sistemi illusoriamente infallibili per sbancare il superenalotto, non appena la donna fu uscita.
“Seh, e io sono astemio!” aveva ribattuto Armando Bumba, ubriacone di solidissima fama e con un fegato almeno due taglie più grande del necessario. Bastiano lasciò che scemassero le grasse risate seguite alla sortita e ribadì seraficamente il concetto: “Quella donna è una che ci dà che non ne avete idea, vi dico. E se la guardaste bene, vi accorgereste anche che è un gran bel pezzo di cavalla.”
Non aggiunse altro, incurante dei lazzi e degli impietosi commenti che gli specchiati gentiluomini presenti si sentirono in dovere di aggiungere all’indirizzo della donna, i più gentili dei quali – formulati da Tonio Bulletta, il tappezziere – sostenevano che la Casti aveva il fascino di una cozza patella, attizzava quanto un litro di bromuro e, c’era da giurarci, l’unico pisello che aveva visto da vicino doveva essere quello del suo vicino di culla nella nursery del reparto maternità, subito dopo la nascita. “Quella in mezzo alle gambe ha ragnatele così fitte e impenetrabili che non ha neppure bisogno della cintura di castità per mantenere intatta la sua virtù” aveva concluso l’artigiano, che non disdegnava le metafore, senza peraltro porsi troppi problemi in ordine alla loro eleganza.
Solo due settimane dopo, Venanzio Belli, titolare dell’omonimo mobilificio – Mobili Belli. Nient’altro da aggiungere era lo slogan ch’egli stesso aveva coniato per farsi pubblicità sul quotidiano locale – di ritorno da un breve viaggio d’affari a Kiev entrò al BarAcca con l’aria di chi aveva novità grosse. “Guardate qua” disse tirando fuori dalla tasca un dvd e avvicinandosi al televisore.
Dopo qualche secondo il gruppetto di abituali frequentatori guardava con interesse i titoli di testa di “Insatiable”, directed by Dick Luride, starring Pussy Lust, durante i quali un bacino e due cosce oscenamente spalancate su un letto circolare si esibivano in movimenti di inarrivabile virtuosismo. La sorpresa arrivò quando la macchina da presa, risalendo, inquadrò le labbra dischiuse, indugiando per qualche istante sugli ampi movimenti di pennellessa della lingua appuntita e carnosa che ne fuoriusciva, per poi rivelare l’intero viso della proprietaria della pelvi tarantolata.
“Ma quella è…” urlò all’unisono l’improvvisata piccola comunità di spettatori, gli occhi fissi sul neo ad otto dello zigomo.
“Già, proprio lei, il pezzo di legno, la cozza patella, quella che non aveva mai visto un pisello” li precedette trionfante  Venanzio, senza distogliere dallo schermo lo sguardo inequivocabilmente lubrico. “E come vedrete tra poco, Maria Luigia Casti vi dimostrerà che non solo ha visto più piselli di un contadino nella valle degli orti, ma sa anche cosa farne, oltre ogni vostra immaginazione.”
Prima che, con il tasto di scorrimento veloce, il gruppetto passasse in rassegna i fantasiosi amplessi della sedicente Pussy Lust, alter ego della insospettabile professoressa di musica con presunte ragnatele proprio lì, in stretta, anzi strettissima collaborazione con una ventina di maschi molto dotati, Tonio Bulletta si girò verso Bastiano, incrociandone l'espressione  serafica e tutt’altro che sorpresa: “Avevi ragione, porca pupazza. Ma come fai, a leggere dentro le persone? E che, ci hai la vista a raggi X come Superman?”
Bastiano, in realtà, non disponeva di superpoteri ma soltanto di una fortissima inclinazione all’empatia. Aveva il dono di intercettare le emozioni degli altri e di mettersi sulla stessa lunghezza d’onda, in modo naturale, senza forzature. Perché lui aveva passione, per gli altri. Gli piacevano, era curioso di conoscerne le storie, i pensieri, i dolori, le gioie e ogni moto del cuore. Amava la gente perché egli stesso era gente e amarla era dunque  amarsi.
Era proprio questo amore a consentirgli di entrare nella pelle e nel cuore altrui, cogliendone l’essenza più autentica e i sentimenti più profondi, quelli che scorrono carsici e insospettabili nelle pieghe più profonde della nostra anima, spesso sconosciuti a noi stessi.
Bastiano, insomma, era “prossimo” – nel senso letterale del termine – all’altrui destino. E contava poco, alla fine, che comprendesse davvero o meno gli altri: si sforzava naturalmente di comprenderli e questo era già straordinario e bastava a guadagnargli la simpatia, l’amicizia e l’affetto di tutti.
Non v’era chi ricordasse una volta – una sola – in cui Bastiano avesse sbagliato approccio o valutazione su una persona della quale aveva incrociato il cammino: che si trattasse di Elio Falchi, paranoide conclamato capace di vedere intenzioni ostili anche in un gesto di gentilezza e di reagire con inusitata quanto ingiustificata aggressività, oppure di uno sconosciuto agente di commercio di passaggio, visibilmente depresso per l’ennesimo ordinativo mancato, Bastiano “sapeva” cosa fare e cosa dire per farli stare meglio, placando in qualche imperscrutabile modo i loro tumulti interiori e pacificandoli, almeno per un momento, con l’esistenza e il destino.
Né v’era chi avesse memoria di qualcuno che, anche solo per scherzo, avesse mai espresso una parola meno che benevola nei suoi confronti. Farlo, del resto, avrebbe probabilmente significato tirarsi addosso gli strali dell’intera popolazione del capoluogo, ché Bastiano Acca, con la sua naturale e amabile disponibilità nei confronti di tutti, era ormai diventato un’istituzione, se non proprio una leggenda.
Nessuno si meravigliò, dunque, quando dietro al feretro dentro al quale il barista compiva l’ultimo e definitivo viaggio della sua apprezzata esistenza, si accodarono almeno duemila persone, molte delle quali in lacrime. Una folla mai vista, neppure al funerale solenne di monsignor Devoto, il vescovo che per quasi quarant’anni aveva guidato la diocesi con la mano saggia e compassionevole del buon pastore.
Ne parlarono a lungo anche i giornali, della tragica fine di Bastiano, morto  dietro al bancone del BarAcca un sabato a mezza sera, mentre regalava uno dei suoi irresistibili sorrisi all'adolescente pieno di piercing che gli aveva chiesto una bottiglia di scotch e una di rhum. “Dovrei chiederti la carta d’identità, prima di vendertele, lo sai?” aveva detto con tono tranquillo, cercando di stabilire un contatto con gli occhi sfuggenti del ragazzotto. “Ma mi accontento della promessa che tu e i tuoi amici non vi metterete alla guida, nel caso vi scolaste tutta questa roba.”
“E a te cosa te ne frega, di quello che facciamo noi? Io le bottiglie te le pago e quel che ne faccio sono cazzi miei!” aveva ribattuto quello, a muso duro.
Bastiano non aveva smesso per un attimo di sorridere, limitandosi soltanto a trattenere le bottiglie dalla sua parte del bancone. “Il fatto è che non sono solo cazzi tuoi, ragazzo” aveva detto con il suo tono conciliante. “Perché, vedi, io stanotte, dopo la chiusura, tornerò a casa in macchina e l’idea che sulla stessa strada possa incrociare la tua auto con te sbronzo alla guida un filo di preoccupazione me la dà. Perciò insisto: ti do le bottiglie, ma in cambio voglio la promessa, d’accordo?”
“D’accordo un cazzo, stronzo” aveva urlato in risposta il ragazzo, nelle cui mani si era materializzata una pistola. “Tu mi dai subito le bottiglie e la fai finita con queste menate, se no potrei farmi venire voglia di cacciarti una palla in mezzo agli occhi, va bene? Su, sbrigati, pezzo di merda.” “Ehi, calma, bello. Potresti farti male con quell’arnese, e ti assicuro che non è davvero il caso” aveva replicato il barista, con tono ancora incredibilmente tranquillo. Poi aveva cercato gli occhi del giovinastro, aprendosi in uno dei suoi sorrisi disarmanti. Chissà se Bastiano, scrutando in fondo a quell’abisso un attimo prima che quello tirasse il grilletto e la luce si spegnesse per sempre, aveva fatto in tempo a comprendere che neppure l’empatia può niente, contro la disperazione del vuoto.
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Una suggestione di Flounder the Wonder e la gentile ospitalità di Cybbolo fanno sì che la vita un po' così di Bastiano sia disponibile fino al 29 febbraio (giorno che notoriamente non esiste, vedi qui) anche su blogosteria.splinder.com. Esercizio che, ben più di questa bodeguita, merita una visita: vi si beve, spizzica e chiacchiera che non ne avete l'idea. Affrettatevi, dunque, e affacciatevi per un cicchetto, se ancora non l'avete fatto.
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mercoledì, 30 gennaio 2008

Filippo Costa, luogocomunista
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  4 - Vite un po' così. Racconti senza pretese di piccole esistenze immaginarie    
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Studiare, semplicemente, non gli piaceva. Meglio, non lo interessava. Già alle elementari, una volta imparato a scrivere, leggere e far di conto, il resto gli veniva a noia. Cosa poteva importargliene, dei sette re di Roma, quando ad aprile poteva catturare le lucertole che cominciavano a uscire al sole nella pietraia dietro casa o andare a pescar rane nelle marcite? Sapere i nomi di Anco Marzio e Tullio Ostilio non serviva davvero ad annodare il cappio sottile di giunchiglia che poi con mano ferma riusciva a stringere al collo di ogni lusèrta che gli capitava a tiro, per furba e veloce che fosse. E cosa poteva venirgliene, dal sapere la capitale della Malesia o della Mongolia esterna, se tanto in quei posti lontani non ci sarebbe mai andato e neppure gli importava andarci, ché il posto dei desideri e dei sogni era a neppure un’ora da casa, proprio là dove il grande fiume verde e grasso si slarga in una serie di laghi dalle rive sabbiose orlate da macchie di canne e file di pioppi d’argento?
Poi c’era la tortura, il supplizio. Perché altro non era, il dover stare seduto e fermo per cinque ore su un banco duro e scomodo, con le gambe e le braccia che non volevano saperne e si muovevano per conto loro, e lo facevano ritrovare in piedi senza neanche volerlo, con il maestro Zanotti a intimargli di star seduto composto. Filippo ubbidiva, ma immancabilmente si rialzava dopo qualche istante, così che il maestro finiva ogni volta per perdere la pazienza e punirlo, dandogli sonore bacchettate con il righello di legno sul dorso delle mani, sulle nocche, dove fa più male, ché ai tempi in cui lui era piccolo quella era la pedagogia, sulle rive del grande fiume.
Insomma, Filippo non si prendeva, con la scuola. E siccome i libri, per quel che ne sapeva, erano roba da scuola, non si prendeva nemmeno con i libri. Dopo l’esame di terza media, ne aprì solo uno, quando aveva sedici anni. Le frasi da dire per non restare mai senza parole si intitolava. Fu Pepìn Giacomazzi, il calzolaio, a prestarglielo, un giorno che per incarico della madre gli portò un paio di scarpe da risuolare. Il brav’uomo gli aveva sorriso e rivolto le solite battute che gli adulti riservano ai ragazzi: “Ti sei allungato, dall’ultima volta che ti ho visto, assomigli sempre di più a tuo padre. Tieni sempre all’Inter o finalmente ti sei deciso a passare a una squadra vera? E con le ragazze come va? Chissà quante morose, con quell’occhio malandrino”, ma aveva ottenuto in risposta solo qualche sillaba smozzicata.
“Uè, toso, siccome so bene che timido non sei, i casi sono due” gli aveva detto Pepìn. “O ti è caduta la lingua oppure devi far pace con le parole, visto che per campare in grazia di Dio in mezzo ai cristiani qualcuna devi pur dirla.”
Si era girato e dalla scansia dove teneva allineate una seria impressionante di piedi di legno di varie misure – “le forme”, li chiamava – aveva tirato fuori il libro. “Leggilo, mettici pure tutto il tempo che vuoi, ma leggilo, ti tornerà utile” disse al ragazzo. E Filippo, più per obbligo di cortesia che per curiosità, lo lesse. Quel libro non era la Bibbia, ma in effetti gli servì. Non è che gli avesse insegnato grandi cose, sia chiaro, ma gli fece capire che quando si sta con gli altri è sempre meglio dire qualcosa, non fosse altro che per rivelarsi e rassicurarli. La gente silenziosa e che sta sulle sue è vista con qualche sospetto, sulle rive del grande fiume. Il silenzio allontana, perché è misterioso e il mistero insinua il sentimento sottile della paura. Meglio parlare, dunque, e dire le cose giuste. Che sono quelle che gli altri vogliono sentire, quale che sia l’argomento. Cose facilmente comprensibili e – soprattutto – condivisibili.
A Filippo, grazie al libro di Pepìn, la faccenda fu subito chiara e non perse occasione per dimostrare a se stesso, prima ancora che agli altri, che l’aveva capita. Il ragazzetto di poche parole ch’era stato fin lì lasciò il posto a un nuovo Filippo che non disdegnava di dire la sua, in ogni occasione e con chiunque.
Gli effetti benefici non tardarono a farsi sentire: prima in casa, dove i genitori interpretarono compiaciuti la sua nuova e tranquilla loquacità come il segno palese del suo avviarsi verso l’età adulta: poi tra gli amici e in paese, dove presero a guardarlo e soprattutto ad ascoltarlo con più considerazione, quando interveniva nei discorsi. “I politici sono tutti ladri e pensano solo alla poltrona” sentenziava convinto se si parlava della crisi di governo, di cui ovviamente ignorava grassamente i termini e le ragioni. E pur senza saper nulla di climatologia e ancora meno di chimica e geografia astronomica, affermava con sicurezza che “se non ci sono più le mezze stagioni e il clima è impazzito, è colpa del buco dell’ozono”, guadagnandosi l’approvazione degli astanti. Filippo sapeva sempre cosa dire: che le verdure non avevano più il sapore di una volta, non c’è più rispetto per gli anziani, la famiglia non è più un valore, nessuno più vuole lavorare la terra, le donne non sanno guidare, dove si fermano i camionisti lì sì che si mangia bene, arriverà un giorno che i computer domineranno l’uomo, è sempre la povera gente che ci rimette, sono sempre i migliori che se ne vanno, le persone grasse sono le più simpatiche, non ci vuole mica la laurea per leggere la bolletta del gas, i soldi non fanno la felicità, con l’euro tutto costa doppio, i supermercati hanno ucciso i piccoli commercianti, io non sono razzista ma questi immigrati dovrebbero starsene a casa loro, se si va avanti così chissà dove si andrà mai a finire, si stava meglio quando si stava peggio, oggi tutti vanno troppo di fretta…
Un repertorio infinito, replicabile all’occorrenza e soprattutto perfetto, perché esattamente uguale a quello che, a loro volta, mettevano in scena gli altri, a Canalminore. Ma anche in televisione – che si sa, è lo specchio del paese - non è che fosse poi molto diverso. Forse che i politici, i giornalisti, i pippibaudi, gli attori e i cantanti e perfino i cialtroni dei realitisciò che tracimavano dallo schermo alla fine non dicevano le stesse cose che diceva lui? “Magari può cambiare qualche parola, ma i concetti sono quelli” diceva Filippo. “E la televisione è pur sempre la televisione” aggiungeva “anche se ormai ci lavorano solo i raccomandati e le sciacquette che l’hanno data a qualcuno. Per forza i programmi sono sempre più volgari e c’è solo sesso e violenza, i film più belli li danno solo la notte e il grande varietà è morto: a furia di far lavorare solo quelli che hanno qualche santo in paradiso, dove sono andati a finire, i veri autori? È peggiorata, la televisione, e molto, inutile dire. Io infatti ormai la guardo pochissimo, solo documentari e telegiornali”. Questo diceva Filippo, esattamente come ogni altro canalminorese nell’età della ragione, roba che se fosse stato vero l’Auditel avrebbe chiuso baracca e burattini da un pezzo.
Gli unici a non partecipare ai discorsi di sempre all’ora dello spritz erano gli snob fanatici come Sandro Gardoni, Beppe Soldi e i quattro-cinque amici loro, che se la tiravano da intellettuali controcorrente solo perché avevano preso uno straccio di laurea. Ma bastava ignorare le cose che dicevano, per quanto – lo doveva ammettere – ad ascoltarle davano da pensare, perché il mondo improvvisamente sembrava rivelarsi in una luce diversa, talvolta più livida e inquietante, talaltra capace di lasciar intravvedere una speranza.
Il problema è che pensare  è roba che fa perdere tempo e semina dubbi, e i dubbi non servono a campare, ché finiscono per rendere penosa ogni decisione e alla fine fanno pure perdere il sonno. No, no, la vita è quella che è, tutto sta ad accettare questa verità. Filippo l’aveva fatto sempre: a poco più di vent’anni aveva sposato Lisa, la figlia del fornaio di Canalminore, perché le mogli e i buoi devono essere dei paesi tuoi e perché l’aspetto della futura suocera, all’epoca poco più che quarantenne, l’aveva rassicurato su quel che sarebbe stata sua moglie nel giorno in cui avrebbero festeggiato le nozze d’argento. Ché si sa: vuoi sapere come sarà tua moglie dopo vent’anni di matrimonio? Allora guarda sua mamma. E Romilde, sua suocera, madre di famiglia e fornaia di complemento paciosa e sorridente, a lui piaceva, nonostante fosse un po’ troppo pesante di sedere e grossa di gambe. Ma gli ricordava la pastosa e rassicurante ricchezza del burro e a lui la prospettiva di avere accanto nell’età matura una donna di quel genere, dentro la quale affondare e alla quale appoggiarsi nei momenti di stanchezza, non dispiaceva affatto.
Il fatto è che sulla figura di Lisa il tempo non lasciava tracce e il suo corpo sottile, tonico e sodo, che sembrava disegnato apposta per perderci la testa, non si era appesantito neppure dopo la nascita dei loro due figli, acquistando anzi un nuovo e meraviglioso accenno di morbidezza. Con gli anni, Lisa sembrava diventare sempre più bella e desiderabile, mentre lui imbolsiva nel tran tran quotidiano e nei troppi spritz al Bar dello Sportivo, perdendo capelli ed energie e sostituendoli con chili di zavorra che fecero presto a superare lo stadio di pancetta per diventare un ventre smisurato, globoso e prominente, tanto ingombrante da rendergli penoso anche salire i tre scalini di casa.
Ma soprattutto Lisa con il tempo sembrava aumentare i suoi interessi e le sue esigenze. Se per anni si era accontentata di un cinemino al mese, adesso come minimo doveva vedere un film a settimana, e visto che per lui il sabato e la domenica erano sacri, per via delle partite di serie A in tivù - "Se no cosa l’ho messa a fare la parabola di Sky?"  diceva -, lei ci andava da sola o con le amiche. E poi aveva sempre un libro da leggere o un salto in città da fare per vedere una mostra, sentire un concerto, andare a teatro, a una conferenza o a un corso di ceramica o di cucina etnica. In fondo, a lui andava bene: il gran daffare della moglie gli lasciava più tempo e spazio per stare con gli amici del bar, tirando più tardi del solito e senza neppure dover pagare pedaggio, perché Lisa, nonostante i molti impegni, non trascurava né la casa né i figli e la domenica i tortelli di zucca con l’amaretto e il grande piatto di bolliti con le mostarde e la salsa verde erano regolarmente in tavola, buoni come sempre e forse anche di più.
Non si capacitò davvero, Filippo, quando Lisa, giusto allo scoccare dei venticinque anni di matrimonio, con fredda determinazione lo lasciò di punto in bianco, preoccupandosi solo che il surgelatore traboccasse di tortelli, arrosti e stufati per almeno un paio di mesi. Non perse tempo neppure a parlargli, la sua bella moglie. Se ne andò, punto e basta. "Io voglio vivere”:  furono le uniche parole che disse e che a lui suonarono del tutto incomprensibili, giacché non v’era dubbio alcuno ch’egli la lasciasse libera di fare tutto quel che voleva come meglio credeva. Ma alla fine della fiera, pensò Filippo, “se non mi vuole non mi merita, poco ma sicuro”.
Non ci mise molto a sapere che Lisa da qualche tempo si vedeva con Marco Giussani, uno della cricca di Sandro Gardoni, considerato da tutti una mezza checca. E sì che lui lo sapeva, che non è mai una buona idea quella  di giudicare dalle apparenze. Il fatto è che poi si finisce sempre col farlo...
Quella notizia. a ogni buon conto, gli  chiarì le ragioni dell'accaduto: Lisa, semplicemente, era una donna. E le donne, poche storie, sono tutte puttane.  Tanto valeva, dunque, fagh sü la crus. E questo era tutto, per quel che lo riguardava. Peccato solo che da lì in avanti, nonostante aggiungesse ai già troppi spritz quotidiani qualche generoso bicchiere di grappa, Filippo aveva preso a dormire male e talvolta malissimo. Ma si sa, con gli anni il sonno diventa difficile e si tende a svegliarsi sempre più presto. Lo dicevano anche gli amici, al Bar dello Sportivo, e certamente era così.

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venerdì, 11 gennaio 2008

Ila Talece, giocatrice di nascondino
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 3Vite un po' così. Racconti senza pretese di piccole esistenze immaginarie 
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Nell’unica foto delle elementari sopravvissuta al tempo – quella di terza, l’ultimo anno con la maestra Serra – Ila Talece era la bimba al centro dell’ultima fila, seminascosta. Giuseppina Cantore, Ada Eusepi e le altre tre compagne delle quali non ricordava il nome, schierate con lei sul fondo perché le più alte fra tutte,  tenevano la testa in su, per svettare sulle file antistanti e avere la certezza di essere ben visibili nell’inquadratura. Lei, invece, oltre a essere in parte coperta dalla gran massa di riccioli neri di Maria Capua, che le era  seduta davanti, aveva il capo chino, il mento sul grande fiocco rosa che ornava il piccolo collo tondo del grembiule bianco e gli occhi bassi, anziché gioiosamente puntati sull’obiettivo come quelli di tutte le altre bambine. Guardava spesso quella vecchia foto, perché vi riconosceva i segni della sua natura e del suo destino. Roba da ultima fila, appunto. Questo le era toccato in sorte, senza dolersene.  Non aveva rimpianti. E neppure rimorsi, se è per questo. Aveva semplicemente accettato la sua sorte, che quella vecchia foto già lasciava presagire e che era in larga parte frutto delle sue scelte e delle sue inclinazioni. Osservò con attenzione se stessa bambina. E guardò anche tutte le sue vecchie compagne di classe, una ad una. Concluse che, a parte la Cantore –  bellissima, tanto che la scelsero per le foto di una pubblicità dell’Ovomaltina – lei era certamente la più carina. Era anche tra le più brave. Non proprio la prima della classe, ma certamente tra le prime. Eppure, già fin da allora, le capitava spesso di maledire il suo aspetto grazioso e la sua intelligenza. Per il semplice motivo che entrambi la esponevano all’attenzione altrui. E lei, anche se non avrebbe saputo dire bene perché, soffriva quando si trovava nel cono di luce dell’interesse degli altri. Non si trattava proprio di timidezza, anche se questo è quanto andava dicendo sua madre, per giustificare le ripetute manifestazioni di ritrosia della bambina. Era qualcosa di altro e di diverso, per quanto ancora adesso, a cinquant’anni, non sapesse definirlo. Sapeva solo che fin da allora percepiva gli altri – anche il babbo, la mamma, il fratello, i nonni – per quello che erano: altri, appunto. Persone che cominciavano dove finiva lei e delle quali un singolare e radicato istinto la portava a diffidare o, nella migliore delle ipotesi, a non fidarsi del tutto, per simpatiche, affettuose, generose e vicine che fossero. Pensava anche che gli altri, compresi quelli che si abbandonavano in continuazione a palesi moti di affetto -  come sua nonna Caterina, ch'era tutta una smanceria - provavano in realtà sentimenti identici ai suoi e fossero governati dallo stesso istinto di cosciente e diffidente separatezza. 
Questa convinzione le rendeva impossibile partecipare davvero e fino in fondo alle vicende altrui, a partire da quelle familiari. Rimaneva ai margini, sempre ben attenta a non farsi mai coinvolgere del tutto da quanto accadeva. “Sei proprio forastica” la rimproverava aspramente  la madre, irritata ma anche preoccupata dalla sua scarsa socievolezza. Faceva fatica anche a giocare, Ila. Non è che trovasse i giochi noiosi, tutt’altro: la divertivano molto, soprattutto quelli fisici, come acchiapparella e ruba-bandiera, dove c’era tanto da correre. Il fatto è che si trattava di giochi che presupponevano la presenza degli altri. E gli altri erano altri. Per questo preferiva stare da sola e, magari, giocare a campana con Ali, l’amica immaginaria partorita dalla sua fantasia, il suo specchio, l’unico “altro” che era disposta ad accettare senza riserve e al quale senza riserve si apriva. Con Ali, si perdeva in sfide inesauste nel cortile sotto casa, saltellando per ore nella griglia del gioco tracciata con il gesso in battaglie che, manco a dirlo, si concludevano immancabilmente con la sua vittoria.
C’era però un’eccezione: il nascondino. Per quel gioco vecchio come il mondo, Ila era disposta a sopportare la presenza di chiunque, anche del demonio di cui cianciava don Colleo nelle sue lezioni di catechismo. Il nascondino,  come per magia, riusciva a farle dimenticare che i compagni di gioco, maschietti o femminucce che fossero, erano gli stessi “altri” dai quali si manteneva sempre  a debita e salutare distanza. Provava un’autentica ebbrezza, nel nascondersi, ed era così brava a farlo, rifugiandosi nei posti più impensabili, che molto spesso il cercatore di turno prima e gli altri compagni poi, esasperati dal non riuscire a trovarla, l’abbandonavano a se stessa per passare a un altro gioco. Ila aveva un autentico talento nel nascondersi e scomparire alla vista. Riusciva a farlo al meglio in ogni circostanza. E fu grazie a questo talento che era riuscita a percorrere l’intera esistenza in immersione, come un sottomarino, passando il più delle volte inosservata  e riuscendo a  sparire senza troppi sforzi nelle occasioni in cui, costretta a guadagnare la superficie, qualcuno mostrava di interessarsi a lei. La maggior parte delle persone trovava del tutto incomprensibile il suo modo di vivere e  comportarsi, al quale ciascuno appiccicava un’etichetta diversa: snobismo,  superbia e presunzione, anaffettività, timidezza, insicurezza... Ma c'era anche chi si spingeva a ipotizzare l’esistenza di disturbi della personalità di rilievo clinico. Degli altri e del loro giudizio, però, Ila proprio non si curava, se non per mettere quanta più distanza possibile tra sé e loro: non ne aveva davvero bisogno, per vivere. E la sua vita solitaria, tutto sommato, non era poi più deserta né peggiore delle tante vite affollate che si agitavano intorno a lei, anzi!
L'unico suo  problema era affrontare la notte. Quello in cui si infilava sotto le coperte era il momento più difficile della giornata, da sempre. Era in quell'attimo, infatti, che una sofferenza sottile e gelida come certe piogge d'inverno l'aspettava per infradiciarle il cuore e farlo sanguinare, fino a quando il sonno non arrivava a separarla da sé e dal mondo dei vivi per qualche ora. Lei ne conosceva la ragione. Ma si rifiutava di ammettere che in quegli interminabili minuti che duravano ore non era più in grado di continuare a fare quel che le riusciva benissimo durante la sua giornata affogata di impegni: nascondersi da se stessa.
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martedì, 25 dicembre 2007

La gentilezza delle parole crea fiducia.
La gentilezza dei pensieri crea profondità.
La gentilezza del donare crea amore.

 Lao Tze

 

Auguri per un Buon Natale
e uno splendido 2008

pieno di gentilezza

 

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mercoledì, 19 dicembre 2007

   Youssuf Diarra, ladro di angoli
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 2 - Vite un po' così. Racconti senza pretese di piccole esistenze immaginarie
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Non ho niente da dire. Niente da dire di quel che volete sentirvi dire. Perché so cosa
volete sentire. Che sono stato io. Questo vi aspettate da me. Anzi, questo
pretendete, perché tra aspettare e pretendere c’è una bella differenza, ormai
l’italiano lo conosco
bene, anche se ancora  litigo spesso con quel maledetto
congiuntivo. E lo pretendete perché voi state lì e io sto qui, voi siete forti
e io debole, e quindi le cose debbono andare come volete voi, così potete chiudere
questa storia. Non vedete l’ora di dire “Visto? È stato lui” e tornare a casa.
Perché voi siete gente che da qualche parte ce l’ha, una casa dove tornare.
E probabilmente avete anche altro, una macchina – tutti avete una macchina, qui –
un vizio, un sogno, un’ossessione. Ve lo leggo negli occhi che siete così,
gente che scava i sentieri su cui cammina con i passi dell’abitudine.
Gente che ha ereditato il suo piccolo angolo di mondo, ci ha piazzato sopra il culo
e ora tutto quello che vuole è continuare a starci seduta, senza rotture di scatole.
Gente che non ama le sorprese.
Figuriamoci poi se hanno la pelle nera, lo sguardo
pieno di paura e un bisogno feroce di vivere. Le detestate, le sorprese come me,
senza sapere che di angoli di mondo in regalo ne avevo avuto uno molto più bello
dei vostri, rosso di terra e verde di kram kram all'arrivo delle grandi piogge.
Ma doveva essere l’angolo sbagliato, perché un giorno me l’hanno portato via.
Non ho neanche avuto il tempo nè il modo di difenderlo, perché non c’è difesa
dalla fame. La fame è cibo per l’odio, lo ingrassa. Fino a farlo scoppiare. E quando
l’odio esplode, la vita –  già fragile di suo – diventa una scommessa a perdere,
di quelle che è meglio non giocare. Meglio impacchettarla, la vita, o almeno
la speranza  che ne rimane, e portarla via da qualche altra parte.
È quel che ho fatto io e molti altri insieme a me. Non so neanche dirvi bene come
ho fatto a mettere insieme i tremila dollari che sono serviti per arrivare fino a qui.
Là dove sono nato una famiglia ci campa almeno un paio d’anni, con tutti quei soldi,
se non fosse per quel maledetto odio che insanguina la terra e la fa ancora
più rossa. Ma sono cose che non vi interessano, lo so: non sono problemi vostri.
Ora che un po’ ho imparato a conoscervi, so che siete più o meno convinti
che ognuno deve grattarsi da sé le sue rogne. A chi tocca tocca, non è così
che dite? Non ha senso, allora, dirvi quanti inferni ho attraversato e quanti
diavoli ho incontrato, prima di arrivare qui. E per cosa, alla fine? Per trovarmi
su questa sedia? No, ve lo giuro, qui non dovrei davvero esserci. Dovrei stare come
sempre nel mio angolo, con la mia stuoia colorata dai CD che vendo a cinque euro.
Sì, questo è l’unico reato che posso ammettere: occupo gli angoli che trovo liberi.
Sono un ladro di angoli, questo è vero, posso confessarlo. Appena ne trovo uno,
me lo prendo, stendo la stuoia, sistemo i dischi taroccati e provo a tirare su
la giornata, sempre pronto a scappare quando arriva un vigile o gira una volante
della polizia. Quasi sempre sono i negozianti, a chiamarli: non ci vogliono,
vicino alle loro vetrine. Non sto neanche più lì a chiedermi perché o a discutere,
so che è così e basta.  Carico tutto alla svelta dentro il borsone e vado via,
a cercarmi un altro angolo. Per farmi coraggio, ogni volta penso che il prossimo
sarà il mio, quello dove anch’io potrò finalmente fermarmi, proprio come voi.
L’angolo che mi permetterà di avere una casa e una famiglia,
e forse un sogno
e un vizio. E una macchina, perché no?
Una macchina anche vecchia,
che importa, per andare in giro scegliendo dove. Da noi è un lusso sconosciuto,
sapete, poter scegliere dove andare. Quasi sempre andiamo dove qualcuno
o qualcosa ci costringe ad andare e non è davvero lo stesso, credetemi. Ma so
bene che non è questo che volete sentirmi dire. E so che continuerete a insultarmi
e picchiarmi per farmi dire che sono stato io, così potrete chiudere la faccenda
e tornare ai vostri angoli con i vostri culi sulle vostre macchine.
Il fatto è che non sono stato io,
ve l'ho detto. Non sono stato io.
Non so nulla della rissa dove Souleyman è rimasto accoltellato, né di quell’altro
di cui mi parlate, il ragazzo bianco con la testa rasata.
È vero, ho ammesso
di conoscerlo, quando mi avete mostrato la fotografia, perché
è la verità.
Lui e altri come lui venivano a darci fastidio, a me, a Souleyman e agli altri fratelli
neri.
Una volta uno di loro ha tirato fuori il cazzo e ha pisciato sui miei CD,
quello schifoso,
mentre gli altri ridevano e mi tenevano fermo a suon di botte.
Anche
lui, sì, quello della foto. Era quello che rideva di più e che picchiava
più forte. Ma mi
dispiace che gli abbiano spaccato la testa. Se però volete
davvero la verità, vi dirò che se l’è cercata, chi si nutre d’odio muore avvelenato.
E conta poco se il veleno arriva con una mazzata che ti sfonda il cranio, è solo
un dettaglio: sempre di veleno si tratta. È vero, quel giorno ero in via Flaminia,
all’angolo con Via Nitti, davanti al ferramenta, a vendere i CD taroccati, è un buon posto,
ci passa tanta gente. Ma sono
andato via prima che scendesse il buio, come sempre.
Non so nulla, di quel che è successo dopo. Trovo strano, anzi, che Souleyman 
fosse ancora lì da solo. Sapete,
noi abbiamo un senso innato per il pericolo,
sappiamo che è una belva feroce
e imprevedibile. Per questo facciamo di tutto
per evitarlo. No, non è come pensate,
non si tratta di paura. È altro, qualcosa
che ha a che fare con il rispetto per sé,
per la vita e per gli altri, non so bene
come spiegarlo. Potrei dire che noi non cerchiamo rogne, ecco. Per il semplice
motivo
che non possiamo permettercelo. Per questo stiamo attenti, molto attenti,
e mi sorprende che a quell’ora Souleyman  stava ancora lì da solo.
Del resto non so nulla, come devo ripetervelo? Ero già alla baracca sull’argine
del fiume, insieme agli altri, nell’ora in cui è scoppiato il casino.
Sì, lo so che
nessuno dei fratelli si farà vivo per confermarlo, ma dovete capire.
Non sono
proprio in regola con il permesso di soggiorno e non è igienico avere a che fare
con voi,
anche se c’è un fratello in pericolo. Se è la verità che volete, questa è
la verità: io non c’entro,
con quel disgraziato dal cranio spaccato come una noce
di cocco.
Ma non è la verità che cercate. Voi cercate un colpevole ed è tutta un’altra
storia.
È questo che mi fa paura, sapete? Farebbe paura anche a voi, al mio
posto. Sapete come
mi sento? Come una mosca caduta per sbaglio in una
ragnatela. Provate a immaginarlo:
vi piacerebbe essere la mosca e non il ragno?
So che andrà male, in ogni caso. No, non sono le botte, a spaventarmi, ma il fatto
che nella migliore delle ipotesi mi caricherete su un aereo e mi rispedirete in Africa.
Riuscite a capire cosa vuol dire, tornare laggiù, sconfitto un’altra volta, più disperato
di quando sono partito? No, non credo… Avete una casa dove tornare, voi, un sogno,
una macchina… Ma forse andrà anche peggio, visto che la vita con me ha sempre
giocato a carte truccate. Magari mi spedite a marcire in un carcere, buttate la chiave
e cosa sarà di me lo saprà soltanto Allah e forse nemmeno lui.
Sì, ve l’ho detto, Youssuf Diarra è il mio nome, sono nato il 23 maggio 1983 a…
Ma non ricominciamo con tutta la storia, vi prego. Se è per stanchezza che volete
prendermi, dovrete sudare parecchio anche voi. Perché io non c’entro nulla,
con questa storia, ve lo ripeto, anche se è una storia già scritta tante di quelle
volte che a voi  viene automatico riscriverla così. Ma finchè mi lasciate fiato in corpo,
io continuerò a dirvi quello che vi sto dicendo da ore. Se ho una colpa, è solo quella
di essere nato, ed è una colpa che ho già fatto in tempo a scontare abbastanza,
in questi venticinque anni di vita. Qui da voi ho sempre filato dritto: certo, il permesso
di soggiorno è scaduto da un po'  e rubo gli angoli delle strade per la mia
bancarella di Cd taroccati. Ma la questione del permesso avrei finito
per sistemarla, ora che c’è qualche possibilità in più, potete giurarci. E gli angoli
delle strade più che rubarli mi limito a prenderli in prestito, perché per un motivo
o per l’altro sono sempre costretto a restituirli, anche quando mi ci affeziono.
I CD taroccati, poi… Sì, lo so che venderli è un reato, ma non di quelli che
ammazzano la gente. E sapete anche bene che sono altre le pance che 
ingrassano con il mercato della roba falsa, non certo le nostre. Sono pance bianche,
che stanno al caldo e al sicuro, mica sulle strade a prendere freddo e botte come noi.
Pance che si riempiono con le nostre fatiche, la nostra paura e la nostra disperazione.
E poi la verità è che io non inganno nessuno. Lo sanno tutti che sulla mia stuoia c’è solo
roba taroccata e io stesso spesso glielo ricordo,
ai clienti, che se pagano cinque euro
dischi che altrimenti costerebbero almeno quattro volte tanto, un motivo ci sarà.
Insomma, io non costringo davvero nessuno, a comprare la mia merce: la offro,
certo, ma con un sorriso e senza mai infastidire. E credetemi, non faccio per vantarmi
ma sono uno dei pochi che sa cosa vende. Io li scelgo, i titoli che espongo
sulla stuoia, mica prendo tutto quello che vorrebbero farmi vendere. Certo, i dischi
del momento non me li faccio mai mancare, perché sono sempre quelli che la gente
chiede di più e io devo tirare su la giornata. Ma prendo anche roba che piace a me
e che molti miei fratelli neppure guardano. Sono l’unico ad avere il CD
con le canzoni di Fava, ad esempio, quel cantautore che l’anno scorso andò
a Sanremo a cantare con Noa, l’israeliana. Grande artista, quella donna. Credo
che il CD l’abbiano taroccato proprio perché dentro c’è la canzone che cantano
insieme. Peccato che non lo chieda quasi nessuno, quel disco. C’è dentro una canzone
molto bella. Se fossi il futuro, si chiama. L’ascolto sempre, perché mi sembra
che parli di me. Non la conoscete? Fa così:
 
Io sono quello che sono, tu sei quello che sei
Ma se fossi il futuro mi vergognerei
 
Forse ho stonato un po’, ma era solo per darvi un’idea… Davvero non la conoscete?
Sì, sì, mi chiamo Youssuf Diarra, ma per favore, non ricominciamo…


 
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mercoledì, 14 novembre 2007

 Avviso

Siete giovani? Attempati? O più semplicemente a-tempati? in ogni caso, non potete mancare di fare un salto qui, a godere dell'ultima rutilante attrazione partorita dalle fervide menti di Effe, Blulu e Cybbolo. Arrivate pure quando vi pare: che siate in anticipo o in ritardo, l'orario di apertura del nuovo esercizio coinciderà sempre con il vostro. E avrete tutto il tempo per lasciare, immersi nel massimo comfort, a-temperatura ideale, misurate (ma anche smisurate, a piacer vostro) considerazioni sul tempo, entità notoriamente inesistente ma che - con grande gioia dell'industria orologiaia - ci ostiniamo a misurare. Un'unica avvertenza: a-tempo è, by definition, un'iniziativa a tempo e vi si potranno lasciare graffiti e tracce di sè fino al 16 novembre. Personalmente, ho depositato questo piccolo contributo.

 

 Altrimenti lo saprei

(Ovvero il tempo dei pensieri sul tempo) 

Il tempo. Ho sempre pensato che ci penserò quando, guardando un qualche orologio – un mare che si fa di piombo, una foglia che volteggia, l’orizzonte che scolora, una ragazza ferma a una vetrina, un libro, un sorriso, un saluto, un ricordo, un cane che piscia a un lampione, un bimbo che piange, un fremito del cuore – scoprirò senza nemmeno volerlo che è venuta l’ora di pensarci.
Non so quando sarà. So che sarà. Nè so, ora, cosa penserò allora. Non posso saperlo, perché non ci penso. Non è venuta ancora l’ora di farlo. Lo saprei, altrimenti.
Per ora mi limito a percorrerlo, il tempo, stiracchiandolo, comprimendolo, molto più spesso sprimacciandolo come un cuscino, nel tentativo di dargli una forma più comoda. A volte mi scopro a fumarlo piano come un puros, ma più spesso lo rincorro, lo aspetto, lo maledico, lo ignoro, lo chiudo nella borsa dell’ufficio o lo appendo con l’impermeabile quando torno a casa alla sera. Altre volte ci litigo, soprattutto quando incrocia i tempi altrui, scoprendosi inevitabilmente in anticipo, in ritardo o comunque starato. Però talvolta ridiamo insieme, nelle occasioni in cui altro non ho da fare che cercare di ammazzarlo: si presta al gioco, il tempo, anche se entrambi sappiamo che sarà inevitabilmente lui, un giorno, ad ammazzare me.
Non pensandoci – perché non è tempo di farlo: lo saprei, altrimenti – non posso ovviamente sapere cosa sia esattamente, il tempo.
So soltanto che mi sopravvivrà e che si tratta di qualcosa che la gente è convinta di non avere, o quantomeno di non avere a sufficienza: i familiari, gli amici, i colleghi, la gente sull’autobus e al supermercato – tutti coloro che vedo e incontro, insomma – dicono infatti di "non avere tempo".
Ma credo si tratti di un semplice modo di dire, un alibi, un passepartout, una parola d’ordine: il tempo non è merce che si possegga. Al più ci possiede, ché tutti siamo dentro un qualche tempo.
Cosa sia dunque il tempo, come si misuri e quale significato abbia, francamente non so dirlo né scriverlo: conosco molti pensieri altrui, sul tempo – pensieri eccellenti, si badi, di profeti, filosofi, scrittori, artisti, saltimbanchi e piccole fiammiferaie – ma non ho pensieri miei.
Perché quei pensieri hanno il loro tempo e quel tempo non è ancora venuto.
Altrimenti lo saprei.
Questo, almeno, è quel che penso.
Da un bel po’ di tempo.

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mercoledì, 17 ottobre 2007

Riccardo Barile,
emigrante e ristoratore
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 1 - Vite un po' così. Racconti senza pretese di piccole esistenze immaginarie
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Una vita intera trascorsa lottando e perdendo contro l’orologio. Questa era stata l’esistenza di Riccardo Barile, diventato Ritardo per tutti, parenti e amici, a causa della sua incapacità assoluta a essere puntuale.
Già alle elementari, frequentate a Roccadùla, prima che i suoi si trasferissero a Roma, i giorni in cui il suono della prima campanella l’aveva trovato regolarmente in classe erano così rari che – quando la circostanza si verificava – il bidello Antonio Covone, patologicamente superstizioso, infilava subito le mani nel profondo delle tasche per qualche furtiva grattata scaramantica, nella sincera preoccupazione che un evento così eccezionale altro non potesse essere che un presagio funesto.
Con gli anni, le cose erano andate peggiorando. Sembrava che su Riccardo incombesse una specie di maledizione: per quanto facesse, per quante precauzioni prendesse, accadeva sempre qualcosa – una sveglia che non suonava o non sentiva, la doccia che smetteva di funzionare, un bottone che saltava indossando la camicia, uno sciopero degli autobus, un incidente che bloccava le strade – che lo costringeva immancabilmente a ritardare. Il problema è che, per motivi che non sapeva davvero  spiegare, riusciva a far tardi anche in assenza di contrattempi.
La nefasta abitudine gli era costata piuttosto cara: Riccardo aveva sempre avuto da rendere conto ad amici furibondi, aveva logorato almeno un paio di fidanzamenti in litigate senza fine, saltato un’infinità di esami universitari, tanto da convincersi che era meglio lasciar perdere la laurea, e non si era presentato per tempo ad appuntamenti di lavoro che avrebbero potuto cambiargli la vita.
C’era anche stato un periodo in cui Riccardo, costrettovi dalle pressioni di familiari e amici, si era sottoposto alle cure di uno psicoanalista, per provare a risolvere quella che, a tutti gli effetti, si configurava come una patologia socialmente invalidante.
Apprese molte cose, Riccardo, sui possibili significati della tendenza ad arrivare in ritardo: può trattarsi di semplice disorganizzazione, certo, ma molto spesso il non essere puntuali ha significati inconsci molto più profondi. Come la voglia di ribellarsi, ad esempio. Chi arriva in ritardo è non di rado insofferente a regole e convenzioni sociali percepite come estranee, volute da altri e in ogni caso incompatibili con i propri ritmi interiori. La puntualità diventa così un obbligo intollerante, una limitazione alla libertà individuale. E il ritardo è un modo per protestare contro stili di vita che non permettono di essere padroni del proprio tempo.
Ma il ritardo cronico può anche essere espressione di un inconscio desiderio di attirare l’attenzione degli altri, quando non addirittura il modo  di metterne alla prova l’amore: “Se mi aspettano, significa che per loro sono importante ”.  
Nel suo percorso di autocoscienza, Riccardo ebbe modo di imparare molto, sul difetto comportamentale che molte delle persone con cui aveva a che fare consideravano nient'altro che un’intollerabile mancanza di rispetto. Non imparò tuttavia la cosa più importante, e cioè ad essere puntuale, nonostante i  fiduciosi quanto banali consigli del suo terapeuta, a partire da quello di cronometrare il tempo impiegato al mattino per prepararsi e uscire, così da evitare di sottostimarlo. Abitudine, pare, comune a tutti i ritardatari: non sanno mai l’esatta quantità di tempo che occorre loro per fare le cose. Non ci fu però verso: Riccardo, cronometro o no, aveva continuato ad arrivare in ritardo e ad essere Ritardo, quasi che a costringerlo fosse il destino.
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Era gravemente in ritardo anche il giorno in cui, dopo tanti dubbi e ripensamenti, aveva deciso di partire per il Canada, a Toronto, dove un cugino aveva aperto un ristorante italiano di successo e si era detto disposto a ospitarlo per qualche settimana, il tempo di dare un’occhiata in giro. Prospettiva decisamente preferibile a restare in Italia a far lavoretti saltuari e precari, da quel disoccupato senz’arte né parte che si era ritrovato a essere dopo aver abbandonato gli studi universitari.
Senza sapere esattamente perché, era arrivato a Fiumicino alle undici anziché alle nove, certo che il volo Air France per l’Ontario stesse già rullando sulla pista e ormai rassegnato a partire con il volo del giorno successivo. Scoprì invece che un altro provvidenziale ritardo – quello dell’equipaggio che doveva condurre l’aereo – aveva comportato uno slittamento di due ore della partenza. Fu così che, gettando uno sguardo dal finestrino del suo posto in classe economica, Riccardo aveva salutato l’Italia. Ignorava, in quel momento, che non l’avrebbe più rivista.
Il cugino Franco – diventato Frank nella nuova patria – si era sistemato davvero alla grande. Gli affari del suo ristorante di Little Italy, il Capriccio, andavano così bene che Frank aveva deciso di aprire in zona un altro locale, il Dolce vita, per un pubblico più giovane. Riccardo, che era ancora un ragazzo e poteva quindi interpretare e capire meglio i gusti dei suoi coetanei, avrebbe potuto occuparsene, se si fosse messo di buzzo buono a imparare il mestiere.
Cosa che il giovane, ritardatario ma non ritardato, fece nel migliore dei modi. In poco tempo, imparò non solo un buon inglese e un francese ancora migliore, ma tutti i segreti della ristorazione. E il suo buon gusto lo indirizzò verso la definizione di una linea di cucina che, nel giro di pochi mesi, attirò al Dolce vita frotte di entusiasti clienti, soprattutto tra i giovani professionals della città.
Riccardo amava il suo lavoro e lo faceva bene, al punto di farsi perdonare gli inspiegabili, continui ritardi con cui si presentava al locale e ai quali sia Frank sia il resto del personale dovettero finire per abituarsi, pur tra continui travasi di bile. Fu proprio al lavoro che conobbe Lise,una studentessa di economia presentatasi per un posto di cameriera nella stagione estiva. La giovane trovò l’occupazione che cercava, e soprattutto occupò stabilmente il cuore di Riccardo, che finì per sposarla nemmeno un anno dopo.
vvv
Inutile dire che fu capace di arrivare in grave ritardo anche il giorno delle nozze, quando ormai la povera Lise – che pure aveva una pazienza infinita e aveva già imparato a conoscere l’irredimibile difetto del suo promesso sposo – era ormai sull’orlo di una crisi di nervi e i suoi familiari, indignati, inveivano contro la cialtroneria e l’approssimazione dei “soliti italiani”, minacciando di abbandonare seduta stante la basilica di St. Paul.
Arrivò tardi anche in occasione della nascita del suo primogenito Rocco, una quindicina di mesi dopo, nonostante avesse promesso a Lise in ogni lingua conosciuta che le sarebbe stato accanto al momento del parto. In realtà, Riccardo arrivò soltanto due ore dopo, trovando la moglie addormentata dopo la leggera sedazione cui l’avevano sottoposta i medici per consentirle di riposare un po’ dopo il lungo e difficile travaglio.
Anche il piccolo Rocco dormiva beatamente, oltre il vetro da acquario della nursery, in un candido lettino. Il numero 11, per l’esattezza. Riccardo si ricordò che, nella smorfia napoletana, quel numero corrisponde all’essere in ritardo. Colse nella beffarda coincidenza una specie di rimprovero che gli strinse il cuore in uno spasmo di dolorosa vergogna, costringendolo a giurare a se stesso che quello sarebbe stato l’ultimo ritardo della sua vita.
Non fu così, ovviamente: Riccardo perdette anche il momento della nascita di Melissa e qualche anno dopo mancò clamorosamente  il debutto di Rocco nella squadra di hockey su ghiaccio della scuola e, per non farsi mancar nulla, il saggio della figlia, nelle vesti dell’angelo dell’Annunciazione, durante la recita di Natale organizzata dall’asilo cattolico dove l’avevano iscritta.
Riccardo, insomma, sarebbe rimasto Ritardo per tutta la vita.
vvv
Nonostante la pessima e imbarazzante abitudine, l’uomo raggiunse risultati importanti nella sua attività. Dopo il rientro in Italia di Frank, aveva rilevato Il Capriccio e il Dolce vita e, qualche tempo dopo, aveva avuto l’ottima intuizione e il coraggio di aprire due nuovi  locali, stavolta in altri quartieri.
Sia il giovane e sbarazzino Capriccio Pizza nel Kensington market, sia il raffinato Dolce vita Wine bar nell’elegante Cumberland Street furono subito premiati da uno straordinario successo, diventando locali alla moda e facendo di Riccardo un imprenditore ricco e influente. A riconoscimento della sua prestigiosa attività l’Ardi, l’Associazione internazionale dei ristoratori d’Italia, gli conferì l'ambito Cucchiaio d’oro, un premio simbolo di eccellenza che avrebbe dovuto consegnargli l’ambasciatore in persona, nel corso di una cerimonia solenne appositamente organizzata all’Istituto italiano di cultura. Sarebbe stato sicuramente uno dei giorni più belli della sua vita, se solo gli fosse riuscito di arrivare in tempo. Si presentò, invece, con più di un’ora di ritardo, quando l’ambasciatore, a dir poco visibilmente contrariato, se ne era già andato, portandosi dietro gran parte delle autorità intervenute alla manifestazione.
vvv
Riccardo non sapeva rispondere, quando gli chiedevano perché non fosse mai tornato in Italia, in tutti quegli anni. Semplicemente, ne ignorava il motivo. Aveva promesso mille volte a Lise e ai ragazzi di portarli nella penisola per un lungo giro, da Roma a Venezia, da Firenze alla Sicilia, senza trascurare ovviamente la natìa Roccadùla, dove ancora conservava un buon numero di parenti, compreso la stesso Frank, che proprio là si era ritirato, in una splendida villa costruita grazie alle ricchezze accumulate in Canada. 
Per un motivo o per l’altro, quasi sempre legato alle urgenze dei suoi affari, Riccardo non aveva però mai potuto onorare l’impegno, tanto che Lise, inviperita dopo l’ennesimo rinvio, in Italia aveva finito per andarci da sola con i ragazzi, rimanendovi per quasi due mesi, senza peraltro trascurare – da quella persona sensibile che era – di fare un salto fino a Roccadùla per salutare Frank e conoscere gli altri parenti del marito.
Furono proprio i racconti della moglie al suo ritorno che illanguidirono Riccardo, che da lì in poi prese a pensare sempre più spesso al paese che aveva lasciato e del quale, almeno fin lì, non aveva avvertito la mancanza. Cominciò a provarla soltanto allora, ancora una volta in ritardo, tanto per cambiare. Ma poteva giusto struggersi di nostalgia, ché aveva davvero troppo da fare, per permettersi un viaggio.
“Ma ci tornerò, ci tornerò, dovesse essere l’ultima cosa che faccio” si diceva e diceva alla moglie. Alla quale, qualche tempo dopo, aveva strappato un’insolita promessa, quella di essere sepolto in Italia, nel piccolo cimitero di Roccadùla, dove un paio d’anni prima, d’accordo con Frank, aveva fatto ingrandire la vecchia, modesta tomba di famiglia. “Al funerale dovranno esserci anche tutti gli amici canadesi più cari” le disse. “Ho già preparato la loro lista e ho vincolato un fondo alla Canadian Bank per far fronte alle spese di viaggio”.
“A parte il fatto che probabilmente sarai tu a seppellire me e non viceversa, non ti sembra una vera pazzia, una simile richiesta?” gli aveva chiesto Lise. “Hai pensato che se ti accontentassi, sarei costretta a varcare l’Oceano, se mai volessi venire a pregare sulla tua tomba?”
“Queste sono tutte sciocchezze” aveva replicato Riccardo con risolutezza. “Puoi pregare per la mia anima ogni volta che vorrai anche stando comodamente seduta sui banchi di St. Paul. Visto che in vita non ci sono riuscito, almeno da morto vorrei stare nella mia terra. Quindi, per favore, fa’ semplicemente quello che ti ho detto, se e quando sarà. Ecco, questa è la lista di chi vorrei che mi accompagnasse nell’ultimo viaggio, e questi sono i documenti del conto vincolato.”
Lise si era limitata a sospirare e a scorrere velocemente i nomi della lista: c’erano almeno una cinquantina di persone. Aveva guardato il marito, scotendo la testa. Ma nei suoi occhi lesse un solo, divorante desiderio, quello di essere compreso e assecondato in quella balzana richiesta. Considerò che quello che aveva davanti era davvero un brav’uomo, un marito amorevole e un ottimo padre: “Lo farò” disse semplicemente la donna. Ignorava, dicendolo, che avrebbe dovuto farlo molto prima del previsto. Un’emorragia cerebrale, qualche settimana dopo, staccò la spina che teneva Riccardo connesso a questo mondo.
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“Non c’è niente da fare, tutte le funzioni dell’encefalo sono irreversibilmente cessate” aveva detto subito Linda Kreger, il medico di servizio all’Emergency department del Tegh, il Toronto East General Hospital, dopo l’immediato ricovero del ristoratore. “Mi dispiace, signora. L’unica cosa da fare è lasciarlo andare.”
Lise però non aveva autorizzato l’immediato distacco di Riccardo dalle apparecchiature che lo tenevano in vita. Doveva esaudire il desiderio del marito e – lucidamente, nonostante il grande dolore – sapeva di aver bisogno di tempo. Nei tre giorni successivi, con l’aiuto dei figli e di Sam Petruolo, italo-canadese di seconda generazione, da più di vent’anni stretto collaboratore e amico fraterno di Riccardo, era riuscita a contattare tutti i parenti e gli amici che suo marito avrebbe voluto al suo funerale e, pur con comprensibili difficoltà, li aveva convinti, nessuno escluso, a prendere parte al breve, doloroso viaggio in Italia.
Si era quindi rivolta a un’agenzia per acquistare i biglietti per 48 persone, più quello per una bara, su un volo della Continental Airlines che sarebbe partito per Fiumicino sette giorni dopo. Poi, in una lunga e faticosa conversazione telefonica, era riuscita ad accordarsi con il parroco di Roccadùla, don Primo Corbo, per organizzare il funerale. Solo quando le era sembrato che tutto fosse a posto firmò al Tegh l’autorizzazione per staccare il povero Riccardo dalle macchine che ne proseguivano l’inutile vita vegetale.
Era così arrivato il giorno della partenza: quasi tutti avevano raggiunto l’aeroporto sulle proprie macchine, al seguito del carro funebre che trasportava la bara di Riccardo, in quello che a tutti gli effetti era un anticipo della cerimonia di commiato dal caro estinto. Arrivati al Pearson International Airport, il feretro era stato scaricato e avviato all’imbarco attraverso un apposito ufficio, mentre il mesto gruppo capeggiato da Lise, Rocco, Melissa e Petruolo,dopo le formalità dell’accettazione, si era diretto verso il gate del volo per Fiumicino, particolarmente affollato.
Dopo qualche minuto, erano stati imbarcati su un aereo che era andato riempiendosi come e più di un uovo. Non bastasse, il comandante Jay Sander, durante i controlli di sicurezza prima del decollo, si era accorto che lo stivaggio dei bagagli al seguito aveva raggiunto e superato la soglia critica. Dopo aver snocciolato una lunga sfilza di maledizioni all’indirizzo degli addetti al check in, che avrebbero dovuto valutare a terra la congruità del carico, il pilota aveva così preso l'unica decisione possibile: interrompere immediatamente lo stivaggio di altri bagagli, scaricandone anzi una  quantità sufficiente per riportare il carico entro i limiti di sicurezza. Un'operazione che, ovviamente, avrebbe richiesto un po' di tempo.
Era stata la responsabile del personale di bordo a informare i passeggeri, con voce flautata e rassicurante, che il volo sarebbe partito con qualche minuto di ritardo “per il prolungarsi delle operazioni di carico”. Fu allora che Petruolo regalò un momento di allegria ai compagni di viaggio: “E ti pareva! Staranno aspettando la bara di Riccardo: quello non riesce a essere puntuale neanche da morto.”
Avevano riso tutti, anche Rocco, che pensò con tenerezza a quel padre inguaribilmente e affannosamente in ritardo, anche quando si trattava semplicemente di andare a pescare salmoni al Niagara River. Immerso in quei pensieri malinconici, con lo sguardo fisso sulla pista, il giovane non fece quasi caso al muletto pieno di bagagli che si allontanava dall’aereo, ormai in fase di rullaggio. Sopra, ben riconoscibile anche se parzialmente ricoperta da una pila di valigie, si distingueva l’inconfondibile sagoma di una bara.
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Soltanto a Fiumicino, dove era attesa nell'ordine da don Corbo, un carro funebre e un pullmann a noleggio per il trasferimento a Roccadùla, la comitiva canadese si rese conto che la diligente prudenza del comandante Sander aveva lasciato a terra, insieme a qualche valigia, anche il feretro.
A nulla valsero le vibrate proteste all’ufficio Lost & Found, i cui addetti facevano molta fatica ad accettare l’idea che qualcuno potesse viaggiare con un morto, per poi addirittura perderselo. E a poco servirono anche le frenetiche telefonate con l’aeroporto di Pearson e gli uffici canadesi della Continental Airlines, se non a sapere che la bara sarebbe partita per l’Italia soltanto tre giorni dopo.
Don Corbo, appresa la notizia, si era subito dichiarato disponibile a posticipare le esequie. Il problema era che molti dei partecipanti a quella gita funebre, alla quale avevano acconsentito solo per onorare la memoria di un grande e generoso amico, tre giorni dopo dovevano assolutamente già rientrare in Canada. Fu il prete di Roccadùla a trovare l’uscita da quel vicolo cieco nel quale sembrava dover andare a sbattere il sogno del povero Riccardo: un funerale circondato da tutti gli amici più cari. E la trovò a seguito di un paio di lunghe telefonate in diocesi per verificare alcune questioni di diritto canonico e ottenere le dovute garanzie.
“Se siete d’accordo, faremo il funerale domani, come previsto” annunciò a Lise e agli altri dopo i lunghi conciliaboli telefonici che gli avevano fornito i chiarimenti e le rassicurazioni che cercava. “In via del tutto eccezionale, grazie a una dispensa del vescovo, svolgeremo regolarmente il rito funebre in chiesa e, simbolicamente, ci recheremo in preghiera nel cimitero dove la salma sarà poi tumulata quando arriverà. Che ve ne sembra?” 
Il giorno dopo, nella piccola chiesa parrocchiale di Roccadùla, che grazie alla cinquantina di ospiti d'oltroceano era gremita come neppure alla messa di Natale, don Corbo aveva speso tutte le sue migliori parole - abbastanza inutilmente, almeno per i canadesi  che necompresero sì e no mezza - per ricordare e celebrare un morto che non c’era e che, ciò nonostante, fu poi accompagnato idealmente in cimitero, dove venne benedetta la tomba che l’avrebbe ospitato.
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Riccardo, anzi Ritardo Barile aveva così compiuto, da morto, il capolavoro della sua vita di ritardatario. Quando la sua salma venne finalmente tumulata, tre giorni dopo, accanto a don Corbo erano rimasti soltanto Lise, Rocco, Melissa e Sam Petruolo, che – nonostante la gravità del luogo e del momento – non la smettevano un attimo di ridere per quelle 72 ore di ritardo, incuranti degli sguardi di riprovazione del parroco turibolante. 
Fu con quell’allegro viatico che calò il sipario sulla vita un po’ così di Riccardo Barile, emigrante, patron di ristoranti di successo e unico uomo al mondo ad essere arrivato tardi anche al suo funerale.
“Tempus fugit” è scritto semplicemente sulla sua lapide. Nessuno poteva saperlo meglio di lui.
 
 
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Nota: La storia è ispirata a un fatto vero. Qualche anno fa, poco prima del decollo di un volo internazionale, il pilota  ordinò lo sbarco di una parte del carico per ragioni di sicurezza. In situazioni simili, gli addetti ai bagagli non stanno certo a scegliere cosa sbarcare e cosa no, ma si preoccupano solo di raggiungere la quantità di peso richiesta dal comandante. Finì così per restare a terra anche la bara di un cittadino portoghese morto in Nordamerica. A bordo, in gramaglie, erano presenti anche molti parenti e amici che accompagnavano il caro estinto nell’ultimo, triste viaggio per partecipare al suo funerale. Affacciandosi al finestrino, alcuni di loro avevano casualmente assistito alla scena dello sbarco della bara, ma  nonostante quantità sterminate di strepiti e geremiadi  non poterono  far nulla. Per dire di quel che succede, nelle vite un po’ così che tutti viviamo… 
E, a proposito di vite - questa volte reali e non immaginarie, vivaddio - non posso non salutare  con grande gioia quella che, con perfetta puntualità, si è appena affacciata al mondo nella Ville Lumière: bienvenue, benvenuta, bene ennida, Juliette: chi su camminu siat longu e lebiu, prenu de tottu cussu chi cheres.
buttato giù con la consueta approssimazione da giorgioflavio Permalink | commenti (29) / commenti (29) (pop-up)
categoria: sugheri

sabato, 29 settembre 2007

GCC   Quando ero piccolo credevo che...

THE END. Allelujah!




Hekamiah, custode di Giorgioflavio



La Contos Academy Awards, con l'invio degli ultimi due premi rimasti in sospeso, le piume d'angelo custode di Petardella e Bartelio, può finalmente e definitivamente dichiarare chiuso il GCC  Quando ero piccolo credevo che..., che ha imperversato per tre mesi qui in bodeguita, facendoli a peperini a tutti i viandanti (e soprattutto al gestore: è lui - orrore! - che  ha lavorato e faticato!)
Mentre si spengono gli ultimi riflettori, ed era francamente ora, si rinnovano i saluti e i ringraziamenti  a tutti i partecipanti, per aver simpaticamente voluto condividere le loro credenze, e al pubblico non pagante che se ne è ampiamente sollazzato. Il gestore, però, non può prender commiato senza un ultimo, pubblico e sentitissimo ringraziamento a Hekamiah, suo angelo custode, ottavo del Coro dei Cherubini: senza di lui (ma bisognerebbe dire lei, ché Hekamiah è angelo con caratteristiche femminili) non sarebbe stato possibile tendere le trappole per "trappare" (cfr. Carriego) le piume ad almeno una dozzina di altre svolazzanti creature celesti, per trasformarle negli ambiti trofei incautamente posti in palio dal gestore come premio per i secondi classificati. La più intensa frequentazione con il suo ange gardien in queste ultime settimane ha consentito
al titolare della bodeguita di apprendere che Hekamiah - squisita personcina - dispensa il dono della lealtà, insieme a quello di farsi intensamente amare (quest'ultimo, peraltro, non risulta ancora pervenuto a chi scrive). Il gestore di Contos ha altresi appreso che Hekamiah è l'angelo scelto per vegliare sui grandi di questo mondo: il che - e qui si parla con piena cognizione di causa - rende del tutto inspiegabile la sua assegnazione anche alla custodia del titolare di questa bottega, a meno di non ammettere che anche nelle Altissime Sfere si è tutt'altro che infallibili (e qualche sospetto, al riguardo, il gestore di Contos lo coltiva da tempo).
Sia come sia, rien ne va plus: i giochi sono fatti, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto. Ma, per favore, non "scurdammoce 'o passato", almeno quello in cui - come le credenze infantili che hanno invaso la bodeguita stanno a dimostrare - assomigliavamo davvero a essere umani ed eravamo ancora capaci di credere e sognare. Grazie ancora a tutti, sipario.
buttato giù con la consueta approssimazione da giorgioflavio Permalink | commenti (31) / commenti (31) (pop-up)
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Il gestore della bottega

Utente: giorgioflavio
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